Tassazione trading opzioni binarie

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Tassazione Bitcoin: come si deve pagare nella dichiarazione dei redditi

Negli ultimi anni si è parlato molto della tassazione Bitcoin e dichiarazione dei redditi per guadagni su criptovalute. In particolar modo se è necessario dichiarare il possesso della criptovaluta al Fisco e in quali entità.

Trattandosi di un fenomeno totalmente nuovo e non rappresentabile nella normativa italiana, era necessaria una nota specifica dell’Agenzia delle Entrate, che aveva già espresso il suo parere nel 2020.

Tassazione Bitcoin: cosa si deve dichiarare?

Quali sono le novità sulla tassazione Bitcoin? Quale fu il parere dell’Agenzia delle Entrate nel 2020? Chi è esentasse dalla nuova disposizione e come si dichiarano i profitti derivanti dal trading sul bitcoin?

Tassazione Bitcoin: come funziona?

La novità in tema di tassazione Bitcoin arriva dalla Direzione Regionale della Lombardia dell’Agenzia delle Entrate, che ha pubblicato un documento ufficiale in risposta alle domande di un contribuente.

La criptovaluta viene definita una moneta estera e quindi rientra nella normativa vigente sulle valute straniere.

La legislazione in merito impone al cittadino di pagare il 26% sulle plusvalenze dovute al trading valutario. Dunque la tassazione bitcoin sarà di questa entità in quanto è considerata a tutti gli effetti una valuta estera dall’Istituto.

Tassazione criptovalute: come funziona?

Per plusvalenza si intende il profitto dovuto a una compravendita. Per fare un esempio se dovessi comprare bitcoin a 9.000€ e poi li rivendessi a 9.200€, la differenza positiva fra questi due importi è la plusvalenza.

Al contrario la minusvalenza non è altro che la differenza negativa, che si verificherebbe se rivendessi i bitcoin a un valore inferiore rispetto a quello di acquisto.

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Così come le plusvalenze ottenute dal trading sulle valute estere, anche i profitti derivati dai bitcoin vanno dichiarati nel quadro RW del Modello Unico PF.

La tassazione vale sia per le imprese che per i privati cittadini. Le aziende che hanno accettato il pagamento in bitcoin dovranno trattarlo come se fosse una valuta estera, proprio come i dollari, le sterline e così via.

È importante sottolineare che le tasse si pagano solo sulle plusvalenze, non sul possesso dei bitcoin.

È tutto qui? No, non necessariamente tutte le plusvalenze devono essere dichiarate, vediamo bene perché nel prossimo paragrafo.

Tassazione Bitcoin: quali sono i limiti?

La tassazione bitcoin ha dei determinati limiti sui cittadini privati. Infatti devono pagare le tasse sulle plusvalenze della criptovaluta solo coloro che detengono nei propri wallet più di 51.645,69 euro per almeno sette giorni lavorativi consecutivi.

Ricordiamo che si parla di eventuale tassazione solo nel momento in cui si verifica la plusvalenza, ovvero nel momento in cui si vendono Bitcoin ad un prezzo maggiore di quando sono stati acquistati.

Considerando il cambio BTC/EUR molto volatile e quindi molto variabile, bisogna tenere conto solo del valore all’inizio del periodo considerato. Altra indicazione arriva su quale tasso di cambio prendere in considerazione.

Infatti gli exchange di criptovaluta sono privati e non tutti hanno un eguale tasso di cambio. Dovrà essere considerato solo quello dell’exchange dove il cittadino contribuente ha convertito i propri euro in bitcoin.

Bitcoin Agenzia delle Entrate

Il provvedimento consente quindi al piccolo investitore di poter fare trading sul bitcoin esentasse, sebbene per Legge sia tenuto in ogni caso a dichiarare la quantità di BTC posseduta nei propri wallet.

La giacenza di Bitcoin non è invece tassabile, su questo tema l’Agenzia delle Entrata è stata chiara. Ad essere tassate sono solo le rendite finanziarie, chiamate anche capital gain, così come avviene per le valute straniere tradizionali.

Tassazione Bitcoin per le imprese

Per le imprese il discorso è leggermente diverso. Infatti dal momento che i Bitcoin sono considerati valuta estera, le imprese devono trattarli come tale.

In questo caso non c’è il limite appena spiegato che vale per i privati. Le imprese devono dichiarare in bilancio ogni plusvalenza di Bitcoin e pagarne le imposte.

Anche qui vale il discorso della plusvalenza e non della giacenza. Non si devono pagare le tasse sui bitcoin se si mantengono fermi nei wallet.

La precedente disposizione dell’Agenzia delle Entrate

L’Agenzia delle Entrate era intervenuta sulla tassazione Bitcoin il 2 settembre 2020 con la risoluzione numero 72E, dichiarando che il Bitcoin doveva essere ritenuta una valuta, o meglio una criptovaluta. Di seguito le parole esatte del parere dell’Istituto:

Il testo della risoluzione parlava espressamente di società e non di persona fisica. In questo contesto l’Agenzia delle Entrate ha quindi definito il bitcoin una valuta e le aziende avrebbero dovuto tenere conto del capital gain ottenuto anche grazie alla criptovaluta.

Tassazione Bitcoin: come funziona?

Questa disposizione aveva lasciato più di un dubbio perché non rispondeva a quesiti fondamentali. Le persone fisiche sarebbero state esenti dalla tassazione bitcoin? La criptovaluta doveva essere considerata una valuta estera e quindi soggetta all’imposta sulle rendite finanziarie pari al 26%?

Queste risposte hanno finalmente trovato risposta, sebbene sul concetto di “moneta estera” sorgono ancora punti interrogativi. La risoluzione del 2020 parlava a ragione di moneta “virtuale”, quindi presente solo sul web e non fisicamente.

Come può essere definita “estera” una moneta che ha luogo oltre i confini nazionali?

In ogni caso l’ultima disposizione dell’Istituto è chiara e bisogna attenersi a quel testo.

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Tassazione trading opzioni binarie

La tassazione delle opzioni binarie

Le opzioni binarie sono una macchina perfetta per guadagnare soldi, un mare di soldi. Tuttavia non dobbiamo dimenticare che ogni guadagno che facciamo viene tassato dallo Stato ed è un obbligo morale pagare le imposte sui profitti, insomma il Fisco vuole dire la sua anche sulle opzioni binarie. Soprattutto, aggiungiamo, nel caso in cui si guadagni tanto e in modo così semplice e veloce come è possibile fare con le opzioni binarie. Malgrado su molti siti, forum e blog dedicati alle opzioni binarie si consigli di non pagare le tasse, noi invece consigliamo di fafre il proprio dovere di cittadini e pagare. Primo, perché è un nostro dovere civico, a prescidere da tutto. E secondo perché non ha senso rischiare. E’ vero che, come si dice su molti siti e forum, l’Agenzia delle Entrate non ha le prove per dimostrare l’evasione e quindi non ci sono possibilità di sanzione. Ma questo è vero, magari, all’inizio. Poi però, quando i guadagni iniziano ad arrivare a valanga, quando iniziate a comprare case, macchine di lusso e altri beni registrati, potreste essere soggetti a controllo e dover giustificare l’origine dei vostri soldi. Ecco perché è molto meglio pagare. Anche perché la tassazione che grava sulle opzioni binarie è più bassa di quello che si potrebbe pensare.

Come vengono tassate le opzioni binarie

Il legislatore italiano ha equiparato (giustamente) le opzioni binarie a contratti derivati, quindi il trattamento fiscale è identico. In effetti di contratti derivati si tratta, anche se estremamente semplificati e accessibili a tutti. Il requisito fondamentale che i broker devono ottemperare per poter operare è quello di rispettare la direttiva MIFID, che regola nell’Unione Europea ogni tipo di investimento e di trading. Se il broker rispetta la direttiva MIFID (e tutte le piattaforme di opzioni binarie presenti su PiattaformeOpzioni.com la rispettano) allora pagare le tasse è conveniente. In questo caso i profitti (solo i profitti) del trading di opzioni binarie vengono tassati con un’imposta sostitutiva del 26% al momento della dichiarazione dei redditi. Per calcolare l’ammontare dell’imposta da pagare bisogna considerare tutte le transazioni di opzioni binarie eseguite durante l’anno solare (che possono essere migliaia) e fare la somma algebrica dei profitti e delle perdite ottenute durante l’anno. Dunque si considera il trading fatto dal 1 Gennaio fino al 31 Dicembre, operazione per operazione si vede se c’è un profitto (che viene calcolato con il segno positivo) o una perdita (da calcolare con un segno negativo). Fatta la somma si ottiene il guadagno (o la perdita se tutto è andato male) ottenuto durante l’anno con il trading di opzioni binarie. Ebbene su questo guadagno complessivo grava un’imposta del 26% che dovete liquidare in sede di dichiarazione dei redditi.

Le piattaforme di opzioni binarie non sono sostitute di imposta

Come si vede le imposte da pagare non sono eccessive, solo il 26%. Considerando che sono soldi facilmente guadagnati non ci possiamo lamentare: opzioni binarie e fisco in fondo non sono così distanti. Tuttavia il processo con cui si pagano le tasse può sembrare scomodo, visto che dovete fare un calcolo delle perdite e dei profitti e dovete inserire la somma all’interno della dichiarazione dei redditi. Il problema nasce dal fatto che le piattaforme di opzioni binarie non sono sostitute d’imposta, cioè non pagano le tasse al vostro posto (ovviamente con i vostri soldi). Non è un problema legislativo, è solo credo un problema temporaneo. Prima o poi le migliori piattaforme di opzioni binarie capiranno che per i trader italiani è opportuno offrire anche il servizio di pagamento delle imposte e faranno richiesta per diventare sostituti di imposta. In questo caso le imposte saranno comunque pagate con parte dei vostri profitti ma voi non dovrete preoccuparvi di nulla perché sarà fatto tutto in modo completamente automatico. In ogni caso potete chiedere al supporto della vostra piattaforma di trading di fornirvi tutta la documentazione necessaria e l’avrete in pochi minuti. Probabilmente sarà la piattaforma che vi fornirà il totale dei profitti ottenuti durante l’anno solare. A questo punto non vi resterà che inserire quel valore nella dichiarazione dei redditi e pagare il 20% di tasse. Non è così difficile, in effetti. Ovviamente è sempre meglio compilare la dichiarazione con l’aiuto di un commercialista che vi saprà consigliare al meglio.

Tassazione trading opzioni binarie

Il trading in opzioni binarie ha il grande pregio di essere veloce, semplice nella comprensione delle minime regole di base che bisogna imparare, e nel fatto che si conoscono i possibili guadagni o predite legate a ciascuna operazione di investimento fatta. Tuttavia, trattandosi di una tipologia di strumento finanziario appartenente a quella dei derivati, con natura prettamente speculativa, la disciplina dal punto di vista fiscale presenta ancora degli elementi di chiaro scuro che mettono spesso in difficoltà gli stessi traders. Ciò è dovuto a delle lacune che prima o poi il legislatore dovrà colmare, ma fino a quel momento ci si deve basare su quanto stabilito nel Tuir, nelle direttive comunitarie, nelle norme del codice civile e nelle interpretazioni date dalla Agenzia delle Entrate.

Dichiarazione redditi opzioni binarie

Il primo aspetto da considerare è che i broker specializzati in opzioni binarie non consentono la scelta dell’apertura di un rapporto con regime dichiarativo o amministrato: nel primo caso è obbligo del traders fare la dichiarazione delle minusvalenze e plusvalenze, mentre nel secondo caso è il broker, banca o altro che trattiene le somme eventualmente dovute sui proventi agendo come un sostituto di imposta. Esiste infatti solo il regime dichiarativo, quindi quando si fa trading su opzioni binarie bisogna essere consapevoli che tutto l’onere relativo alla parte fiscale spetta al trader stesso, che dovrà provvedere a fare la relativa dichiarazione dei redditi. In più bisogna anche considerare che la dichiarazione andrà fatta anche nel caso in cui non ci dovessero essere delle plusvalenze. In entrambi i casi bisogna allegare la certificazione rilasciata dal broker stesso che attesti la presenza di minusvalenze e plusvalenze ed eventuali compensazioni, e ciò vale per tutti i broker presso i quali si ha una posizione aperta. I broker sono obbligati a rilasciare questo genere di dichiarazioni.

Da un punto di vista operativo invece, nel caso in cui non ci siano plusvalenze, bisogna compilare solo la sezione del modello Unico relativa ai rapporti di trasferimento intrattenuti con il broker, e il frontespizio dei riquadri RW, RM, ed RT. Nel caso in cui ci siano invece le plusvalenze andranno compilate anche le parti sottostanti di questi riquadri e non solo il frontespizio (i dati sono quelli riportati nella suddetta certificazione rilasciata dal broker, per cui non si incontrano particolari difficoltà). Per quanto riguarda l’aliquota fiscale, questa è pari al 20% e viene liquidata quindi in fase dichiarativa.

Visto che l’argomento riguardante la dichiarazione dei redditi con le opzioni binarie può variare in base alle scelte di governo che oggi dicono una cosa e domani magari ne dicono un altra, siete tutti invitati a commentare e ad aggiungere ulteriori aggiornamenti sull’argomento tasse opzioni binarie.

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