La Coca Cola rischia l’estinzione

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La Coca Cola rischia l’estinzione

Siamo sul terreno delle opzioni binarie che scommettono sull’andamento dei titoli azionari. In genere le fluttuazioni di un titolo dipendono dai dati diffusi riguardo i bilanci di una certa società, dalla domanda di un prodotto e dall’effettiva produzione.

Cosa c’entra con tutto questo preambolo la Coca Cola? In pratica per una sciagura ambientale è venuta meno la produzione di gomma arabica, un elemento alla base di due bevande molto diffuse in Europa e nel mondo, cioè la Pepsi e la Coca-Cola.

La sciagura ambientale è duplice perché si parla di una “vecchia” invasione di cavallette, negli anni Duemila, che ha interessato le zone del Sudan in cui si coltivavano le Acacie Senegal, alberi da cui si ricava la gomma arabica; ma si parla anche di riscaldamento globale.

Gli alberi da cui si ricava la gomma arabica, quindi, sono sempre meno ma la domanda di gomma è rimasta stabile nel tempo. In più c’è da considerare l’instabilità del governo sudanese che da sempre minaccia il mondo e l’America in particolare di lasciare tutti senza gomma arabica.

Cosa potrebbe comportare questa situazione? Un incremento del prezzo delle azioni della Coca Cola perché la bevanda diventa un bene prezioso, potrebbe comportare un incremento del prezzo della gomma arabica, perché a fronte di una domanda elevata, c’è una disponibilità di beni ridotta.

Perché Coca Cola fa tanta pubblicità e quali rischi corre la sua ricetta segreta

Coca Cola cerca un rimedio per sostituire lo zucchero e mantenere il gusto delle sue bevande intatto. Nel frattempo, ricavi e utili in calo, mentre crescono le spese in pubblicità.

Avete dubbi sulla posizione di leader della Coca Cola sul mercato mondiale delle bibite gassate? Se sì, vi basti sapere che la società con sede ad Atlanta e fondata nel 1892 oggi vende 1,9 miliardi di bevande al giorno, il 3% di tutte quelle consumate nel pianeta. Sono suoi 4 dei primi 5 marchi più famosi per le gassate, ovvero Coca Cola, Diet Cola, Fanta e Sprite. Eppure, direste mai che il gigante si trovi costretto ogni anno a spendere fior di miliardi in pubblicità in tutto il mondo? Ebbene, sì. Nel 2020, ha impiegato 4 miliardi di dollari, quasi il 10% del suo fatturato, per ricordare ai consumatori dei 5 continenti di bere uno dei suoi 500 drinks offerti, una cifra non solo impressionante, ma persino in crescita negli ultimi anni e probabilmente lo sarà nei prossimi.

Nel 2020, ad esempio, Coca Cola aveva speso 3,3 miliardi in pubblicità, pari al 7% del fatturato di quell’anno. Nel frattempo, le spese pubblicitarie sono aumentate, mentre i ricavi sono diminuiti del 10%. La crisi, se così vogliamo chiamarla, è causata principalmente dalla crescente consapevolezza dei consumatori sui rischi per la loro salute derivante dall’assunzione di bevande gassate e ad alto contenuto di zuccheri.

Le preferenze dei consumatori si evolvono nel tempo, si sa, e chi non le capta in tempo è perduto. Sui mercati emergenti, ad esempio, Coca Cola ha perso quota, pur crescendo, in quanto le vendite sono aumentate a ritmi più elevati per concorrenti come Dr Pepper Snapple e Pepsi Co. Nel tentativo di mantenere intatto il proprio dominio, Atlanta sta cercando di tendere la mano al consumatore salutista, riducendo le dimensioni delle bottiglie e spostando la produzione verso bevande più salutari. (Leggi anche: Guerra allo zucchero: industria alimentare taglia dosi)

La svolta “salutista” di Coca Cola

E così, insieme a Pepsi, Nestlè e altre 4 giganti del settore ha annunciato da poco un accordo con il Ministero della Salute di Singapore, finalizzato a tagliare gli zuccheri aggiunti del 12% entro il 2020 nel piccolo e ricco paese asiatico, dove su 5,6 milioni di abitanti vi sono 400.000 diabetici e uno su tre è a rischio di contrarre la malattia.

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Di tentativi come questi la Coca Cola ne sta mettendo in piedi parecchi per mostrarsi più sensibile ai temi della salute. In India, ad esempio, suo sesto mercato per dimensioni, ha annunciato di volere fare puntare sui succhi di frutta e su bevande etniche, riducendo la quantità di zucchero utilizzata, combinandola con la stevia, un sostituto utilizzato nell’industria alimentare e che sta alla base della versione Life, lanciata anche in Italia nel 2020, ma che non ha mai riscosso granché successo.

Il problema che Coca Cola sta cercando di affrontare seriamente è quello di dare vita a bevande più salutari, meno zuccherate, mantenendo il gusto inalterato. Ad oggi, non c’è riuscita. Le versioni light o zero zuccheri faranno anche meno male alla salute, ma risultano meno gradevoli al palato, tanto che il colosso ha indetto un concorso di idee, qualche settimana fa, offrendo la ricompensa di un milione di dollari a chi riuscisse a trovarle un sostituto dello zucchero, in grado di mantenere inalterato il gusto delle bevande. (Leggi anche: Allarme Coca Cola, qual è il lotto ritirato?)

Serve svolta immediata, titolo in borsa sopravvalutato?

La cifra appare rilevante, ma considerando che l’innovazione segnerebbe una svolta nella storia ultra-centennale della società, nei fatti è stata ritenuta al limite del ridicolo dagli esperti del settore. Chi fosse in grado di sostituire lo zucchero con un altro ingrediente, infatti, potrebbe pretendere da Atlanta compensi decine di volte maggiori di quello offerto per consentire alla sua celeberrima “ricetta segreta” di continuare a godere anche in futuro dello stesso appeal dei decenni passati.

Una soluzione urge in fretta, anche perché non possiamo nemmeno escludere che il titolo Coca Cola possa imbattersi prima o dopo in una qualche correzione a Wall Street. Quest’anno, le azioni sono cresciute del 10%, portando la capitalizzazione a un valore di oltre 194 miliardi di dollari, ben quasi 39 volte gli utili maturati nel primo semestre e annualizzati. Nel 2020, il P/e ratio, il rapporto tra capitalizzazione e utili, si attestava a 25,1, nettamente al di sopra della media di 20,3 per le società quotate nell’indice S&P 500. E negli ultimi 5 anni, a fronte di -28% segnato dall’utile netto, il P/e per Coca Cola si è innalzato del 36,4%. In sostanza, fattura e macina sempre meno profitti, ma in borsa tende a valere sempre di più. (Leggi anche: Zucchero fa male a pressione alta)

Nuove tasse su plastica e dolci, Coca-Cola di Marcianise rischia la chiusura

M arcianise. Dalla sospensione degli investimenti per il 2020, alle materie prime che saranno acquistate all’estero, fino alla chiusura degli stabilimenti ubicati nel Mezzogiorno.

E’ quanto Coca Hbc sostiene potrebbe accadere se venissero approvate la plastic e la sugar tax. Della questione si e’ discusso oggi allo stabilimento di Marcianise, che produce e rifornisce tutto il Sud Italia delle bevande prodotte dalla multinazionale, in un incontro con il direttore della comunicazione di Coca Cola Hbc Italia Giangiacomo Pierini e il direttore della risorse umane Emiliano Maria Cappuccitti, al quale erano stati invitati rappresentanti delle istituzioni locali e regionali e parlamentari.

Al momento il primo effetto dell’annuncio delle due misure e’ stata la sospensione da parte di Coca Cola Hbc degli otto milioni di investimenti previsti per Marcianise nel 2020; altro effetto potrebbe essere l’acquisto delle arance per la Fanta non piu’ in Sicilia ma all’estero.

Perdita secca di 180 milioni per il colosso

Queste le dichiarazioni evidenziate dall’agenzia Ansa. “Dei tre stabilimenti italiani – ha spiegato Pierini – quello di Oricola (L’Aquila), dove la plastica rappresenta il 100% dei contenitori, e quello di Marcianise, dove siamo al 70% di utilizzo del Pet, rischiano seriamente la chiusura se non si ridurra’ la portata di queste misure. Sulla plastica abbiamo registrato qualche apertura, sulla sugar tax, che e’ completamente nuova e colpisce le bevande anche senza zucchero, nessuno ci ha ascoltato”.

In “soldoni”, l’aggravio di costi per Coca Cola Hbc sarebbe in totale di 180 milioni di euro (140 a causa della plastica tax, 40 per la sugar tax). La conversione al vetro e all’alluminio non conviene, secondo l’azienda, ne’ economicamente ne’ sotto il profilo ambientale: “La lavorazione di vetro e alluminio produce molta piu’ anidride carbonica del Pet”. All’incontro hanno preso parte il deputato napoletano di Forza Italia Paolo Russo, che ha promesso di presentare emendamenti contro queste “misure folli”, e la consigliera regionale del Pd, l’irpina Vincenza Amato; prima il deputato Cinque Stelle Gianfranco Di Sarno.

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