Germania aumenta le spese per la crisi

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Tag: germania

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Germania: aumenta le spese per la crisi

Immaginiamo che in una nostra città vi sia un quartiere dove sta accadendo una cosa inaudita.

Imperversa la crisi, chiudono le attività, le famiglie si riempiono di disoccupati e di debiti, le vie di mendicanti, non si arriva alla quarta e neanche alla terza settimana, ma incredibilmente – in questo quartiere – invece di rimboccarsi le maniche e lavorare, d’improvviso tutti si mettono a dar fondo ai risparmi, facendo enormi spese, per comprare fucili, pistole, bombe a mano, sistemi computerizzati di sicurezza, per installare campi minati nei giardini, razzi, cariche di tritolo, ognuno per essere più armato del vicino e poterlo minacciare. Con il risultato infine che si sono svuotati i portafogli, ma la sicurezza di tutti è diminuita e il rischio complessivo è enormemente aumentato perché basterà un piccolo incidente, o un gatto che salta su una mina, per far esplodere tutto demolendo l’intero quartiere.

Ecco, si direbbe che tutto questo è pazzesco, roba da matti. Eppure questo quartiere esiste ed è il mondo attuale. Dove la realtà è perfino peggiore. Proprio in questi mesi in cui esplode la più colossale crisi finanziaria ed economia dal 1929 e addirittura interi stati rischiano la bancarotta e la fame cresce in molte parti del mondo, le spese per armamenti, già ingentissime, sono in folle aumento. Anche negli Stati più poveri dove la gente letteralmente sopravvive – anzi muore – con un dollaro al giorno.

Le spese militari stanno aumentando dal 2001, ma, scrive “La Civiltà cattolica” nel numero in uscita, a crisi economica esplosa l’assurda tendenza continua e si accentua: “la spesa mondiale per le armi — sempre difensive, si capisce! — nel 2007 è aumentata del 6% con punte del 15% negli Stati dell’Europa orientale, raggiungendo 1.339 miliardi di dollari, e c’è il rischio che nel 2008 abbia raggiunto 1.500 miliardi”. Così “nel 2007 ogni abitante del pianeta — anche quelli che vivono con un dollaro al giorno — ha speso per le armi 202 dollari, il 2,5% del Pil di tutti i Paesi messi insieme”.

Non è assurdo? Considerato che siamo sull’orlo del baratro economico, non sarebbe il caso di mettere fine a questa follia collettiva? Oltretutto la crisi mondiale ha ormai portato a un miliardo il numero delle persone che rischiano la morte per fame ed è sconvolgente accorgersi che tre quarti di essi risiede in sette Paesi alcuni dei quali (come la Cina) sono quelli in cui più cresce la spesa per il riarmo. Facendo crescere l’insicurezza (non a caso nel 2007 abbiamo trovato il modo di fare 14 guerre).

E’ difficile capire cosa si può fare, ma almeno bisogna cominciare a rifletterci, a ragionare, a immaginare iniziative. Lunedì prossimo la Fondazione Farefuturo con Charta Minuta ha chiamato il ministro Frattini a discutere con Giuliano Amato e Adolfo Urso sulla “governance mondiale” facendo un bilancio del cammino “che va dai G20 di Washington e Londra al summit che il nostro paese ospiterà a luglio alla Maddalena”. La domanda che si pongono è: “Quale sarà il ruolo dell’Italia nei nuovi assetti mondiali?”.

Non sembra che si voglia mettere a tema lo scandalo del riarmo nel tempo della grande crisi. E invece si potrebbe approfittare proprio del G8 della Maddalena, quello in cui si tenterà una strategia coordinata contro il crollo dell’economia mondiale, per sollevare il caso. E l’Italia potrebbe trovare proprio un suo ruolo importante. Il premier italiano sarebbe infatti titolatissimo per lanciare l’allarme: perché è l’ospite del vertice, perché si è sempre distinto per una politica di distensione fra Est e Ovest, anche con scelte coraggiose e storiche (vedi il vertice di Pratica di Mare), perché subito dopo l’elezione del nuovo presidente americano ha esortato Obama e i leader russi a incontrarsi presto rinsaldando il dialogo e perché tutta la sua politica estera (vedi anche la recente chiusura dell’antica controversia con la Libia o l’intervento su Gaza e la ricostruzione del Medio Oriente) è improntata al dialogo e alla pace che sono le vere condizioni per il benessere economico. Certo, sarebbe velleitario sopravvalutare il peso dell’Italia. Non siamo una grande potenza e nessun premier può fare miracoli. Ma abbiamo comunque voce in capitolo e Berlusconi ci ha abituato alle sorprese, a quei gesti di coraggio “visionario” che ogni tanto occorrono per interrompere la corsa verso il baratro. Anche se può sembrare utopico.

Ma facciamo un passo indietro e guardiamo in faccia le cifre incredibili della situazione attuale. Le ha squadernate come dicevo il numero in uscita della “Civiltà cattolica” con un articolo intitolato “La corsa agli armamenti rovina i poveri”.

Anzitutto c’è il riarmo dei Paesi maggiori (dati 2007): Stati Uniti 547 miliardi di dollari, Gran Bretagna 59,7, Cina 58,3, Francia 53,6, Giappone 46,6, Germania 36,9, Russia 35,4, Arabia Saudita 33,8, Italia 33,1, India 24,2, Corea del Sud 22,2; Brasile 15,3.

Anche se, sottolinea la rivista, “è probabile che queste cifre — che provengono da fonti ufficiali — debbano essere raddoppiate, come quella russa, o triplicate come quella cinese” perché “non si deve dimenticare che le spese militari fanno parte dei segreti che tutti gli Stati custodiscono più gelosamente”.

Ma stupefacente è la corsa al riarmo in un’area come l’America latina, dove i problemi sociali sono tantissimi: obiettivamente non si comprende quale minaccia militare strategica gravi su quell’area. Eppure nel 2008, questi paesi hanno speso più di 47 miliardi di dollari in armamenti, “con un incremento di spesa del 91% rispetto al 2003, quando si erano spesi 24,7 miliardi”. E scopriamo che il Brasile – governato dalla sinistra di Lula – il Brasile della grande povertà delle favelas è “la vera potenza militare del continente”. Fra i grandi acquirenti di armi oltre al Brasile, ci sono “la Colombia (5,5 miliardi) e il Venezuela di Chávez (6,7 miliardi) che ha acquistato armi dalla Russia e dalla Bielorussia”.

E’ una folle corsa che “si alimenta da se stessa”, perché una volta innescata ognuno vuole evitare di sentirsi minacciato dal vicino (è la dinamica della corsa al riarmo fra Pakistan e India). Ma “il caso più triste” sottolinea la rivista dei Gesuiti “è quello dell’Africa, la quale spende gran parte delle sue scarse risorse per l’acquisto di armi, che stanno insanguinando il continente in guerre e guerriglie senza fine, con la conseguenza della crescita della povertà, della fame, delle malattie e del sottosviluppo”.

E – in via secondaria – con la crescita dell’immigrazione selvaggia e disperata verso l’Europa e delle organizzazioni criminali che ci lucrano. E’ possibile che solo la Chiesa, con il Papa, alzi la sua voce contro questo scandaloso e pericolosissimo dispendio di risorse, soprattutto oggi, nel tempo della grande crisi e della fame galoppante? E l’America di Obama? Non doveva ispirarsi a Martin Luther King e alla sua predicazione evangelica? E non sono proprio gli Stati Uniti l’epicentro della crisi finanziaria ed economica che sta diventando dramma sociale? E l’Unione europea dov’è? Esiste ancora? Ha una qualche dimensione politica e morale? O dobbiamo sprofondare nella crisi economica, magari nell’attesa di saltare tutti per aria per l’enorme apparato di armamenti nucleari allestiti sul pianeta e perennemente a rischio di incidente che solo la Provvidenza finora ha scongiurato?

La NATO è divisa e in crisi
ma aumenta ancora
le spese militari

I Grandi Vecchi possono provocare grandi guai. La NATO ha compiuto settant’anni e la sua salute è pessima. Ma nonostante questo decide un poderoso aumento delle spese militari. Nel comunicato finale del vertice di Londra, che ha celebrato il compleanno in un clima dimesso e un po’ surreale, è scritto che i 28 stati dell’alleanza hanno deciso di creare trenta nuove unità di esercito, aviazione e marina. Venticinquemila soldati che saranno addestrati nella cosiddetta “Readiness Initiative” in modo tale da poter entrare in azione nelle “situazioni di crisi” nel giro di trenta giorni al massimo con 300 nuovi aerei e almeno 30 navi da combattimento. Quanto costerà agli stati membri questo riarmo? In Germania, paese notoriamente attentissimo ai conti, la commissione Difesa del Bundestag ha cominciato già a fare i conti su quanto peseranno sul bilancio federale i 7 mila uomini, i 50 aerei e le tre navi della quota tedesca. In Italia non sappiamo se qualcuno si stia preoccupando dei costi. Per ora non è stato reso pubblico neppure il numero dei soldati e dei mezzi che dovremo mettere a disposizione. E non una parola sull’argomento è venuta dal presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte, il quale ha avuto un incontro riservato con Donald Trump, ma solo per parlare della situazione in Libia e dei rapporti con la Cina in materia di tecnologie 5-G. Così sostiene lui, almeno.

Ma chi sono i nemici?

L’aspetto grottesco della decisione sulle nuove unità è che non è per niente chiaro contro chi esse dovranno essere “ready”. Nella versione ufficiale la minaccia da contrastare è il terrorismo, da intendersi, all’americana, come il pericolo rappresentato dagli “stati canaglia” (Iran in testa). Ma quando l’amministrazione Trump ha proposto l’iniziativa, l’anno scorso, il Pentagono ha parlato di contrasto al “riarmo dei russi”. E tanto per chiarire le idee ai colleghi il presidente della Lituania Gitanas Nauséda ha dichiarato che il nemico più pericoloso per gli stati della NATO non sono i terroristi internazionali, bensì proprio i russi.

Insomma, chi sono I nemici: i terroristi o Putin? O magari i cinesi, visto che il Segretario Generale dell’Alleanza Jens Stoltenberg ha voluto che nel comunicato figurasse anche la constatazione che intanto la Cina è diventata il paese che spende di più in armamenti dopo gli Stati Uniti e che Pechino sta potenziando il proprio arsenale nucleare? È la prima volta che una minaccia proveniente da Pechino compare in un comunicato ufficiale della NATO. Qualcuno, a margine del vertice, ha adombrato il sospetto che la menzione dei cinesi tra i pericoli che corre l’occidente sia stato un favore fatto a Trump e alla sua guerra dei dazi. In ogni caso, per dirla proprio alla cinese, la confusione è grande sotto il cielo di Bruxelles.

La presenza imbarazzante di Erdoğan

Basterebbero le cose dette su a darne un’idea. Ma c’è anche dell’altro. E di peggio. Al vertice di Londra ha partecipato, ovviamente, anche il presidente turco Recep Tayyp Erdoğan. Il fatto che la Turchia sia impegnata attualmente in una guerra guerreggiata contro i curdi nella Siria del nord che è stata condannata da tutti i membri europei dell’alleanza non poteva non aggiungere imbarazzo all’imbarazzo. Tra i tanti paradossi che sta vivendo la NATO c’è anche questo: poiché Ankara sostiene che sono i curdi che stanno aggredendo la Turchia, Erdoğan, in teoria, potrebbe invocare l’articolo 5 del Trattato istitutivo, che prevede l’entrata in guerra di tutti gli alleati a fianco del paese aggredito. Non succederà, ma la presenza nel consesso di Londra di un dittatore che sta applicando in patria i più duri precetti della democrazia illiberale reprimendo ogni forma di dissenso e incarcerando oppositori e giornalisti indipendenti e intanto bombarda i villaggi curdi provocando morti e migliaia di profughi è stata la ciliegina sulla torta di un vertice che ha messo impietosamente a nudo la crisi dell’alleanza. Nell’aria veleggiava ancora il ricordo della vergognosa sortita di Stoltenberg che, all’indomani dell’invasione della Siria del nord, espresse la “comprensione” del vertice dell’alleanza al dittatore turco.

Trump sbeffeggiato

Settant’anni sono un anniversario importante e in altri tempi sarebbe stata festa grande, ma il vertice è affogato nell’imbarazzo. L’alleanza che dovrebbe tenere insieme l’America e l’Europa ha offerto di sé uno spettacolo penoso: tra le due sponde dell’Atlantico c’è ormai una specie di fossa delle Marianne ed è molto, molto difficile trovare le ragioni per le quali questa macchina complicata e costosa debba continuare a restare in funzione. Il presidente degli Stati Uniti nei tre giorni del consesso ha aperto bocca soltanto per reclamare che gli europei paghino quanto (secondo lui) debbono per contribuire alle spese militari e per minacciare ai partner recalcitranti guerre commerciali fine di mondo. L’incontro di Trump con il presidente francese Emanuel Macron, che nei giorni scorsi aveva dato voce a un pensiero molto diffuso sostenendo che la NATO è in uno stato di morte cerebrale, è stato gelido fino al limite dell’incidente diplomatico ed è stato preceduto e seguito da una sequela di insulti via twitter in puro stile trumpiano. Poco prima della conferenza stampa finale un fuori-onda ha colto lo stesso Macron, il premier canadese Justin Trudeau, quello olandese Mark Rutte e Boris Johnson che se la ridevano sbeffeggiando il presidente degli Stati Uniti, il quale se ne è poi andato via ittitatissimo senza tenere la consueta conferenza stampa.. Conclusione più appropriata al peggior vertice della storia della NATO non si sarebbe potuta trovare.

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