Egitto il paese in declino dal 2020

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Storia e importanza attuale della diaspora egiziana

Carta di Laura Canali.

Quinta puntata della serie sulle diaspore nordafricane. Gli egiziani all’estero da altoparlanti del nasserismo a fonti di rimesse. Attivisti e intellettuali espatriati sotto la lente del regime. Dalle piramidi alle Alpi.

Questa è la quinta puntata di una serie in esclusiva per Limesonline dedicata alle diaspore nordafricane.
Tutte le puntate, dopo la pubblicazione, sono disponibili a questo link.

Le statistiche delle autorità del Cairo quantificano con precisione gli egiziani che hanno lasciato il paese natio: esattamente 10.247.303 alla fine del 2020, di cui circa sette milioni nel mondo arabo, un milione in Europa, 1,8 milioni nelle Americhe, 311 mila tra Asia e Australia, 45 mila in Africa.

La storia dell’emigrazione egiziana affonda le proprie radici nel XIX secolo. Allora, l’Egitto spiccava nel mondo arabo perché de facto indipendente dal giogo ottomano dalla salita al potere di Muhammad Ali, albanese giunto nel 1799 come ufficiale turco per contrastare l’invasione napoleonica e poi nominato governatore del paese nordafricano. Ali fu fautore di una serie di opere di modernizzazione dell’Egitto (proseguite anche sotto il controllo britannico tra il 1882 e il 1952) che condussero soprattutto Il Cairo e Alessandria a ospitare un’élite che viaggiava tra Nord Africa, Levante e Golfo. Al contempo, l’Egitto attirava studenti di altre regioni arabe fungendo da sorta di incubatore, in qualche modo anticipando il nazionalismo arabo di Gamal Abdel Nasser. In questa prima fase, l’emigrazione egiziana è elitaria nella composizione e intra-araba nella destinazione.

Con la caduta della monarchia di re Faruq (ultimo discendente di Muhammad Ali) e la conquista del potere da parte dei cosiddetti “ufficiali liberi” prima e della stella nascente Gamal Abdel Nasser poi, il governo prese in mano le redini dei flussi in uscita. Il Cairo fece ricorso a un’emigrazione temporanea qualificata – composta in special modo da insegnanti – per diffondere in Africa, America Latina e nel resto dei paesi arabi i pilastri del nasserismo terzomondista, anticolonialista e antisionista. L a fuoriuscita di manodopera poco qualificata fu invece sostanzialmente proibita se non inquadrata da accordi intergovernativi: si temeva il formarsi di comunità di espatriati opposti al regime patrio. Cosa che accadde con parte dei Fratelli musulmani, fuggiti alle maglie del controllo governativo. Il tramonto dell’epopea nasseriana fu suggellato dalla sconfitta araba nella guerra dei Sei giorni. La disfatta del 1967 fu la goccia che fece traboccare il vaso della crisi economica e spinse il successore di Nasser, Anwar Sadat, all’attuazione dell’infitah: un’apertura in senso liberale, anche nella gestione migratoria.

Nel 1971, la nuova Costituzione consacrò il diritto all’emigrazione temporanea o permanente (art.52). Negli anni successivi, sulla scia della crisi petrolifera conseguente alla guerra dello Yom Kippur, il crescente fabbisogno di manodopera nei paesi produttori di greggio portò molti egiziani a partire per le petromonarchie del Golfo e per la Libia. Proprio quest’ultima rappresentò fino ai primi anni del regime di Muammar Gheddafi la meta privilegiata degli egiziani, poi reindirizzatisi verso il Golfo. Tuttavia, il declino dei prezzi del greggio a partire dal 1979 spinse i decisori politici ad alcuni cambiamenti strutturali nel mercato del lavoro, tra cui l’assunzione di immigrati asiatici (più economici e meno suscettibili di essere attivi politicamente rispetto agli egiziani), il maggior coinvolgimento della popolazione locale e l’introduzione di ostacoli all’immigrazione permanente. Un contesto che ha gradualmente reindirizzato i flussi verso la Giordania, oggi secondo paese nella regione del Medio Oriente e del Nord Africa per presenza di cittadini egiziani. Dopo l’Arabia Saudita e prima degli Emirati.

Quando si parla di diaspora egiziana nel mondo arabo, non si può trascurare la centralità politica dell’Egitto nella regione. Le vicende dei suoi cittadini nei paesi “fratelli” sono state tradizionalmente ostaggio dell’andamento delle relazioni tra Il Cairo e le altre capitali dall’Atlantico al Golfo. Oltre alle altalenanti relazioni tra Egitto e Libia e al conseguentemente variabile trattamento degli egiziani nella fu Jamahiriya, è esemplare ciò che accadde nel 1990 in Iraq. Saddam Hussein ordinò infatti l’espulsione del milione di egiziani presente nel paese come reazione al sostegno di Hosni Mubarak all’operazione Desert Storm, lanciata da Washington contro Baghdad durante la prima guerra del Golfo. Molti degli espulsi vennero accolti da una fedele amica dell’Egitto, l’Arabia Saudita.

L’emigrazione egiziana verso l’Occidente ha inizio negli anni Settanta, post-infitah. Oltre a studenti e dissidenti, si segnala la categoria particolare dei copti, cristiani d’Egitto in fuga dalla reviviscenza dell’Islam politico. Agli anni Novanta risalgono invece i flussi di migranti irregolari di fronte alla chiusura delle frontiere europee. Stando a dati del 2020, i tre paesi occidentali con la comunità egiziana più numerosa risultano essere gli Stati Uniti (circa 980 mila individui), il Canada (circa 600 mila) e l’Italia.

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Carta di Laura Canali – 2020

La traiettoria della diaspora rappresenta anche l’evoluzione delle modalità con cui il governo ha sfruttato i propri cittadini all’estero. Inizialmente come strumento di soft power – con la diffusione dell’ideale panarabo di matrice nasseriana – per poi ripiegare, con l’infitah, sull’emigrazione come risorsa economico-demografica. In tal senso, i flussi in uscita hanno rappresentato (e tuttora rappresentano) un’importante valvola di sfogo per un paese in preda a pressione demografica e disoccupazione. La popolazione ha da poco ha toccato i 100 milioni di abitanti (con una crescita demografica annua del 2%), a fronte di un tasso di disoccupazione che, seppure in calo, tocca l’11,3% contro una media mondiale del 4,5%. La diaspora rappresenta inoltre un’importante fonte di reddito: le rimesse inviate con mezzi tracciabili verso la patria rappresentano il 10,2% del pil totale del paese.

Il percorso dell’attivismo politico della diaspora egiziana – limitato a quella stabilitasi in Occidente, dove possono esprimersi senza temere ripercussioni da parte dei paesi ospitanti – è simile a quello descritto per i libici all’estero. A una fase di paura del controllo e delle possibili ritorsioni del Cairo ha fatto seguito l’emersione in seguito alla rivoluzione del 2020. A differenza della diaspora libica, perlopiù socialmente omogenea, quella egiziana si presenta però come frammentata secondo linee di frattura ideologica, sociale e religiosa.

Elemento catartico e unificante di queste differenze furono gli eventi di piazza Tahrir. In particolare, a raccogliere intorno a sé una platea varia che includeva copti e Fratelli musulmani, nasseristi e liberali, cairoti e nativi dell’Alto Egitto fu l’Associazione nazionale per il cambiamento (Nac), formatasi già nel febbraio 2020 e promossa da Mohammed El Baradei. L’ex direttore dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, premio Nobel per la pace nel 2005, fu riconosciuto come persona adatta a parlare a compatrioti che avevano vissuto abbastanza a lungo in Occidente da saper apprezzare richieste in merito a democrazia rappresentativa, giustizia sociale e welfare.

I fatti del gennaio 2020 diedero la stura alle rivendicazioni dentro e fuori l’Egitto. Una delle richieste principali della Nac, la concessione agli egiziani residenti all’estero di votare dal paese di residenza, fu soddisfatta nel 2020. La misura pagò già a partire dalle elezioni parlamentari del novembre di quell’anno, quando l’affluenza nelle ambasciate e nei consolati di oltre cento paesi nel mondo oscillò tra il 60 e il 70%, stando al ministero degli Esteri. La parentesi democratizzante si chiuse con il colpo di Stato del luglio 2020, che spodestò il fratello musulmano Muhammed Morsi dalla carica di presidente della Repubblica, aprendo la pagina del “regno” del generale Abdelfattah al Sisi. Gli egiziani all’estero continuano a votare, ma non sono disponibili dati sull’affluenza.

La rivoluzione del 2020 innescò una serie di ondate migratorie parzialmente sovrapponibili. I primi a lasciare il paese furono uomini d’affari e politici vicini al regime, prevedibilmente impauriti dalla possibilità di future limitazioni di movimento e ritorsioni nell’era post-Mubarak; a questi vanno aggiunti molti copti, intimoriti dalla progressiva ascesa della Fratellanza musulmana e dalla possibilità di persecuzioni. Tra il 2020 e il 2020, il numero di richieste d’asilo avanzate dai cristiani d’Egitto all’ambasciata di Germania al Cairo triplicò. Una seconda fase giunse con la caduta di Morsi, quando a preoccuparsi per la propria incolumità furono gli islamisti (Fratelli musulmani in testa), i quali optarono perlopiù per paesi “amici” della Fratellanza come Turchia e Qatar. L’ultima ondata – la più duratura – è stata innescata nel 2020 dal sempre maggiore autoritarismo di al Sisi e coinvolge soprattutto attivisti, artisti e intellettuali d’opposizione.

Quanto alle iniziative della diaspora egiziana più impegnata, non ci sono gruppi politici che abbiano saputo replicare la trasversalità della Nac di Baradei, anche a causa di una polarizzazione “di ritorno” tra islamisti e secolaristi. Più variegato il panorama mediatico, sebbene anch’esso ricalchi in larga misura la citata suddivisione. Egiziani già membri o vicini alla Fratellanza lavorano come giornalisti per testate finanziate dal Qatar come Aljazeera e Al Arabi al Jadid oppure hanno fondato canali televisivi come Al Sharq o Al Mekameleeen, entrambi trasmessi dalla Turchia. Tra i media promotori di un laicismo e lanciati da giovani figura invece Al Mawqif Al Masri. Infine, si registrano organizzazioni per la difesa dei diritti umani costrette all’esilio, come il Cairo Insitute for Human Rights o la Freedom Initiative.

Il regime di al-Sisi sembra prendere molto sul serio la diaspora attiva in settori che possono nuocere all’immagine nazionale. Nel 2020, è stata istituita un’Alta commissione permanente sui diritti umani il cui mandato principale è contestare le critiche fatte alle autorità del Cairo su scala mondiale. Periodicamente i media governativi pubblicano “liste di proscrizione” contenenti organizzazioni per i diritti umani accusate di collusioni con la Fratellanza musulmana o di finanziamenti occidentali. Altre organizzazioni sedicentemente indipendenti sono state cooptate dal Cairo per difenderne l’operato di fronte a consessi internazionali come il Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite. Infine, numerosi sono gli arresti di attivisti operanti all’estero; si ricordano l’avvocato Inrahim Hagazi – cofondatore di un gruppo che indaga sui casi di scomparsa a opera di forze governative, arrestato nel 2020 all’aeroporto del Cairo – o Ismail Alexandrani, ricercatore e specialista di Sinai che aveva collaborato per l’Egyptian Initiative for Personal Rights ed è stato arrestato nel 2020 al ritorno nella capitale. E ovviamente Patrick Zaky, studente egiziano all’università di Bologna, attivista sulle tematiche di genere e imprigionato al Cairo, torturato nel febbraio di quest’anno e ancora in custodia cautelare.

Altrettanto draconiane le misure contro i media. Centinaia di siti sono oscurati in Egittto (anche se basati nel paese stesso, come Mada Masr) e il governo ha adottato misure giudiziarie ed extra-giudiziarie contro giornalisti, come nel caso di Aboul Fotouh, candidato alle presidenziali nel 2020 arrestato nel 2020 dopo essere tornato in patria dal Qatar, dove aveva rilasciato un’intervista in cui criticava al Sisi.

Una parte consistente della diaspora egiziana si trova proprio in Italia. Secondo un rapporto del ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, gli egiziani in Italia erano 140.651 al primo gennaio 2020. Composta perlopiù da uomini, questa comunità risiede soprattutto al nord (il 66,4% nella sola Lombardia), dove opera in particolare nel commercio, nella ristorazione, nell’industria e nell’edilizia. Secondo le statistiche del Cairo, invece, la comunità sarebbe molto più numerosa, aggirandosi sui 560 mila membri nel 2020. Un divario considerevole che può essere in parte spiegato dal fatto che i numeri egiziani considerano anche gli immigrati irregolari e chi nel corso degli anni ha acquisito la cittadinanza italiana (e non rientra nel novero degli stranieri secondo Roma).

Il rapporto “migratorio” tra Egitto e Italia è basato su una reciprocità storica. Alla metà degli anni Venti del XIX secolo, all’ombra delle piramidi vivevano circa 50 mila italiani. Mercanti, commercianti, professionisti, ma anche tecnici e manovali specializzati giunti in terra d’Africa per partecipare ai lavori di costruzione del canale di Suez. Il Cairo e Alessandria erano i centri con gli insediamenti più numerosi; tra gli italiani più noti nati nella metropoli egiziana sul Mediterraneo si contano Giuseppe Ungaretti e Filippo Tommaso Marinetti. Il cosmopolitismo dell’Egitto e con esso la comunità italiana ivi residente iniziarono nei decenni successivi gradualmente a scomparire.

Quanto agli egiziani, il loro arrivo in Italia risale alla seconda metà degli anni Settanta: il censimento Istat del 1981 ne registrava 2.970. Stando ai dati del già citato rapporto del ministero del Lavoro, sono sempre più integrati. Sul totale della comunità, il 64,6% sono soggiornanti di lungo periodo; nel 2020 in 1.477 hanno acquisito la cittadinanza italiana, di cui più del 56% per acquisizione da genitori “neo-italiani” o per essere nati nel nostro paese, a indicare una stratificazione generazionale del fenomeno migratorio. È cresciuto anche il numero di studenti egiziani immatricolati negli atenei italiani negli ultimi cinque anni. Dal punto di vista lavorativo ed economico, gli egiziani si posizionano al sesto posto nella graduatoria dei titolari di imprese individuali tra gli immigrati non comunitari (18.600 persone). Un discreto benessere economico ha permesso il costante aumento del volume delle rimesse inviate in patria: 32,8 milioni di euro nel 2020.

Un’ultima nota, quando si parla di immigrazione in Italia, riguarda l’arrivo di migranti irregolari sulle nostre coste. Nel 2020, quella egiziana non figurava tra le prime dieci nazionalità degli sbarcati. Tuttavia, a essere numerosi sono stati i rimpatri forzati verso l’Egitto: 363 secondo il Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale. A regolare i rientri è l’accordo “in materia di riammissione” firmato tra il governo di Roma e quello del Cairo nel gennaio 2007, arrivato ipoteticamente a controbilanciare l’ “Accordo di cooperazione in materia di flussi migratori bilaterali per motivi di lavoro” sancito nel 2005. Se quest’ultimo si proponeva infatti come obiettivo principale l’incontro tra la domanda e l’offerta di lavoratori migranti dall’Egitto, l’accordo del 2007 ha velocizzato le procedure di identificazione e rimpatrio di egiziani irregolari.

Tuttavia, l’Egitto non rientra tra i paesi considerati “sicuri” secondo il piano rimpatri presentato nell’ottobre 2020 dal ministro della Giustizia Alfonso Bonafede e dal ministro degli Esteri Luigi di Maio . Un’aporia di non immediata risoluzione, vista l’arrendevolezza della diplomazia nostrana nei rapporti con Il Cairo. Di cui la gestione del caso Regeni è un triste esempio.

Egitto: il paese in declino dal 2020

L’ultimo rapporto del World Economic Forum descrive una situazione molto drammatica per l’Egitto che ha visto la sua crisi politica trasformarsi in crisi economica nel giro di tre anni circa.

Oggi, se si pensa all’Egitto, si pensa subito alla cosiddetta primavera araba, quel movimento di liberazione che ha portato alla cacciata di Mubarak e aveva fatto pensare che il paese fosse giunto al punto di svolta. Invece questo cambiamento non c’è stato, anzi.

La crisi politica è diventata presto crisi economica e il sistema politico che per anni ha alimentato il management al potere, ha contribuito al declino del paese. A mettere il carino su questo meccanismo già irrigidito ci ha pensato poi il turismo.

Il rapporto che abbiamo citato in apertura, quello redatto dal World Economic Forum, infatti, ha spiegato che tra i luoghi più pericolosi del momento c’è sicuramente l’Egitto che quanto a pericolosità per i turisti, supera anche il Pakistan, la Colombia e lo Yemen.

Una notizia del genere non può rimanere inascoltata e infatti, a parte quei centri quotati dalle grosse agenzie turistiche, localizzati nel Mar Rosso, oppure Luxor e il Cairo, il resto del paese ha subito un calo di turisti che ammonta a -4 milioni di persone su 14 mila viaggiatori.

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