Disoccupazione, fiscal cliff e crisi

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Disoccupazione, fiscal cliff e crisi

Cos’è successo a Piazza Affari? La Borsa di Milano è stata tesa a causa di almeno tre temi che hanno in qualche modo tenuto sulle spine tutta l’Eurozona: il fiscal cliff, la disoccupazione e la situazione finanziaria del Vecchio Continente.

Il baratro fiscale che interessa l’America potrebbe essere in via risolutiva. Il mese di dicembre, da questo punto di vista, sarà decisivo, peccato che l’incertezza nel conoscere la via scelta dagli States per venir fuori dalla situazione, lascia sul fuoco il mercato.

In Italia ha pesato molto anche la pubblicazione dei dati sulla disoccupazione che non accenna a stabilizzarsi o a diminuire. Anzi, in Italia e in Europa è un indice in crescita. La borsa di Milano, dunque, ne è condizionata.

Sul Vecchio Continente, in qualche modo, influiscono anche le parole di Schaeuble, che indica nel default greco la possibile miccia che innesca la bomba distruttiva della moneta unica. Non possiamo poi bypassare le parole di Christine Lagarde e di Mario Draghi che hanno rispettivamente, dato un parere negativo sulla manovra della Merkel e vaticinato sulla ripresa dell’Eurozona, che partirà soltanto nel secondo semestre del 2020.

Come potevano reagire gli indici? Il Ftse Mib ha chiuso i battenti con un calo dello 0,50 percento e il Ftse Italia All Share è andato poco meglio con un lieve calo dello 0,48%.

Fiscal Cliff: che cos’è e perché porterebbe l’America sull’orlo del precipizio?

Leggiamo da settimane, un po’ ovunque, la parola “Fiscal Cliff”: il burrone, il precipizio fiscale. Il Fiscal Cliff il mese scorso è salito ai vertici della lista delle maggiori preoccupazioni per gli investitori (top investor concerns) superando la Crisi europea e il “rallentamento” della Cina. Le aziende americane hanno raggiunto la quota 1.700 miliardi di dollari di cassa: gli analisti citano proprio il Fiscal Cliff come uno dei fattori che frena le aziende nei loro progetti di investimento e di assunzione.

Ma di cosa si tratta? Cerchiamo di mettere ordine e fare chiarezza sul tema più discusso negli Stati Uniti.

Che cos’è il Fiscal Cliff?

Il precipizio è quello in cui rischia di cadere l’economia statunitense se il Governo americano non trova soluzioni alternative: a partire dal 1° gennaio 2020 verranno infatti attuate automaticamente una serie di politiche fiscali restrittive che ammontano a quasi 700 miliardi di dollari.

Perché?

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In tale data scadranno molte delle agevolazioni fiscali temporanee (riduzione delle tasse sui redditi, misure di stimolo all’occupazione per circa 500 miliardi) che sono state decise e rinnovate a più riprese per fare fronte alla crisi economica, a partire da Bush. Inoltre saranno attivati una serie di tagli alla spesa pubblica (oltre 100 miliardi) decisi più di un anno fa anche per superare il problema del tetto del debito pubblico (Debt ceiling

Impatto

Secondo le stime del CBO (Congressional Budget Office – l’Agenzia Governativa che si occupa di produrre analisi economica super partes per il Governo degli Stati Uniti) se non si agirà per arginare tale “millennium bug”, l’impatto sulla crescita economica degli USA sarà del -4% del PIL nominale nel 2020 (PIMCO parla del -5%).

Ciò significa che la crescita USA potrebbe essere pari a -0,5% nel 2020 (il CBO stima anche un tasso di disoccupazione al 9,1%).

Di parere analogo è anche il Fondo Monetario Internazionale (FMI) che, in una bella pubblicazione dell’estate scorsa, ha analizzato anche l’impatto per l’economia globale in termini di effetti sul commercio internazionale e di calo dei prezzi delle Commodity

JP Morgan sta misurando la paura del Fiscal Cliff con un indice proprietario che confronta i prezzi relativi dell’azionario globale e dell’azionario americano, a testimonianza del peso sui risky asset USA dell’attuale incertezza sulle politiche fiscali.

Soluzioni

Il Presidente Obama deve far sì che si trovi un compromesso in seno ad un Congresso spaccato. La situazione politica non è cambiata dopo le elezioni di novembre ed Obama si ritrova a fronteggiare gli stessi impedimenti che avevano portato vicino allo stallo politico ad aprile dello scorso anno (a causa della mancanza di un accordo sul budget) e molto vicino al default nell’agosto 2020 per le difficoltà circa il tema dell’innalzamento del tetto del debito. I mercati e gli opinionisti sono ottimisti anche perché pare che punti di contatto tra Democratici e Repubblicani ci siano e che una soluzione sia imminente. Rimane la preoccupazione che si tratti ancora di una soluzione temporanea, che sposti in avanti il problema senza risolverlo.

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L’altro lato della medaglia però esiste:

  • Gli USA registrano un enorme problema di debito pubblico, al 104% del PIL secondo le stime ufficiali (e senza tenere conto dei debiti degli enti locali, degli Stati e delle Agenzie Governative. Se si dovessero conteggiare anche queste componenti il rapporto sarebbe pari 140%!).
  • Un deficit pari al 9,3% del PIL (quasi 300 miliardi di dollari). Se le misure fiscali non dovessero esser messe in atto, il deficit salirebbe di 503 miliardi nel 2020 e di 682 miliardi nel 2020.

Quindi, qualora il Fiscal Cliff dovesse essere evitato, gli Usa si troveranno comunque a dover affrontare il bubbone conti pubblici (e lo scalpitare delle Agenzie di Rating

Inoltre, sempre secondo il CBO, il mantenimento degli attuali stimoli fiscali aumenterebbe la crescita e ridurrebbe la disoccupazione, con un PIL che rimarrebbe però al di sotto del potenziale. Molto più gravi sarebbero gli effetti nel medio-lungo periodo qualora le politiche attualmente in vigore fossero estese per un periodo indefinito di tempo: il continuo aumento del debito pubblico avrebbe un rischio altissimo di trasformarsi in crisi fiscale con un incremento dei tassi d’interesse e di probabile impatto negativo sulla crescita economica (il PIL crescerebbe assai meno di quanto non farebbe “precipitando dal burrone del fiscal Cliff”).

A mio parere il compromesso sul Fiscal Cliff è il modo per gli USA per:

  • “comprare tempo”
  • tornare a crescere (in modo che piano piano l’economia inizi a correggere autonomamente i problemi sui conti pubblici)
  • modificare radicalmente il sistema sanitario e la social security (due voci che per gli USA sono assai problematiche).

liceoeconomicosociale

diritto, economia, scienze umane al liceo

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Un “Momentum” di speranza per l’economia. Compresa quella dei Piigs.

Wall Street sfiora il record, cresce l’appeal dell’Eurozona. Cessato l’allarme i titoli di Stato italiani e spagnoli attirano risparmio a scapito dei bund tedeschi. Riparte l’immobiliare e i beni rifugio vengono trascurati a vantaggio di operazioni più redditizie

La fiducia degli investitori ha riversato alla fine del 2020 ben 100 miliardi di euro nei Piigs: iniziali di Portogallo Italia Irlanda Grecia e Spagna. Quell’acronimo infamante, che nelle fasi più acute della crisi era diventato sinonimo del rischio-default, adesso si trasforma nel suo opposto: un’opportunità per i capitali in cerca di alti rendimenti…

In Europa Mario Draghi ha coniato l’immagine del “contagio positivo“. Uno dei dirigenti della JP Morgan Chase, che è la più grande banca americana, ha confermato sul Financial Times che l’ondata di capitali investiti nei bond italiani, spagnoli, portoghesi e greci, è un fenomeno significativo perché per la prima volta dall’inizio della crisi non è “riciclaggio” di denaro prestato dalla banca centrale. “Questi sono investitori che vengono da fuori, non europei, attratti da una rinnovata fiducia nel progetto dell’eurozona“, sostiene Carl Norrey che dirige il trading europeo alla JP Morgan

Quando i sentimenti si radicano nei mercati, possono avere una forza di trascinamento formidabile. “Momentum”, è l’espressione tratta dalla fisica, e usata spesso nella finanza: dà l’idea di una spinta forte, che può andare avanti a lungo…

Un indicatore dell’ottimismo dilagante è la risalita dei tassi d’interesse sui buoni del Tesoro più solidi del mondo. Cioè i Treasury Bond americani e i Bund tedeschi. I buoni decennali in America hanno visto crescere il rendimento al 2% all’inizio di questa settimana, e anche l’interesse sui Bund tedeschi è in rialzo. Questo è un segnale forte. Quando sui mercati imperversava la paura, Treasury Bond e Bund erano un bene-rifugio. I capitali affluivano alle aste, facevano salire i prezzi di quei titoli pubblici, e di converso schiacciavano i rendimenti sempre più giù, in certi casi addirittura sotto lo zero. E’ quel che accade quando nel panico la gente mette i contanti sotto il materasso, o per sentirsi più al sicuro li affida a una banca nella cassetta di sicurezza e paga un affitto per quel servizio. Ora quella psicologia da panico si è dileguata. I beni rifugio vengono trascurati a vantaggio dei titoli che rendono tanto: ecco perché i capitali affluiscono verso Btp italiani e spagnoli. Per la stessa ragione i Bund tedeschi vedono ridursi quella fantastica rendita di posizione che aveva consentito alla Germania di autofinanziarsi a tasso zero (lucrando sulle disgrazie altrui). Un segnale analogo viene dall’indice Vix precipitato ai minimi. Il Vix misura la “volatilità” che è legata anch’essa alla paura. Ebbene, siamo tornati ai minimi dal 2007.

Gli ottimisti indicano tre cause fondamentali dietro questa svolta nell’atmosfera globale. La prima sta in America, dove con la vittoria di Barack Obama si è risolto anche il “precipizio fiscale“, è stata scongiurata una crisi di bilancio e la cessazione dei pagamenti del governo federale (accordo di capodanno tra Obama e il Congresso). La seconda viene dalla Cina, è la fine del rallentamento nella seconda economia più grossa del mondo. La terza è nel comportamento delle banche centrali. La Federal Reserve per prima, poi seguita da Bce, Banca del Giappone e dalle consorelle inglese, svizzera, indiana, stanno tutte applicando una politica monetaria eccezionalmente generosa…….

Da un articolo di Federico Rampini su Repubblica del30 gennaio 2020

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La lezione di Keynes e il fiscal cliff

La vittoria del presidente piace ai mercati che si piegano al primato della politica, vedono negli Stati Uniti un leader con una strategia chiara, a sostegno della crescita.

Obama infatti aggiunge che la sua manovra fiscale “protegge lavoratori e ceto medio da una stangata fiscale generalizzata che avrebbe avuto effetti recessivi”. La reazione positiva dei mercati nel mondo intero non è solo un riflesso da “scampato pericolo”. È il riconoscimento che una politica economica di sinistra può essere in questa fase la speranza per uscire dalla spirale debito-austerity-disoccupazione, che genera ulteriore impoverimento, e finisce per aggravare il peso degli stessi debiti pubblici. C’è un messaggio importante per l’Europa. Obama fa bene anche a noi. Nel senso più diretto e immediato, la ventata di fiducia che soffia dall’altra sponda dell’Atlantico spinge ancora più giù lo spread, riduce il costo del rifinanziamento dei debiti italiani e spagnoli. Inoltre la vittoria del presidente americano impone dei paragoni. La politica del rigore feroce applicata a Roma, Madrid, Atene e Lisbona, mantiene l’eurozonain uno stato di catalessi. Il continente dell’austerity è il buco nero della crescita mondiale. Altre terapie danno risultati diversi, e sarà difficile continuare a ignorare questo raffronto. Obama crede, e dimostra nei fatti, che equità e crescita devono venire prima del rigore. Questo è il senso della manovra varata in extremis dal Congresso, evitando il “precipizio fiscale” del 2020. Se c’è una politica dei “due tempi”, l’ordine è quello indicatoda Washington. Prima bisognacolpire le aree di opulenza e di privilegio, prima bisogna invertire la tendenza alla dilatazione delle diseguaglianze sociali. È questo il senso del voto nella notte di Capodanno al Senato, ieri alla Camera. I contribuenti americani che hanno la fortuna di guadagnare tra il mezzo milione e il milione annuo, dovranno fare uno sforzo aggiuntivo di 15.000 dollari solo per le tasse sul reddito. Quelli oltre il milione pagheranno 170.000 dollari di tasse in più. Si aggiunge il rincaro del prelievo sulle rendite finanziarie (dividendi e capital gain) e il rialzo al 40% della tassa di successione per le eredità oltre i 5 milioni. È una manovra che rassicura i mercati perché è ispirata a una lucida strategia. La crescita riparte solo se c’è potere d’acquisto ai livelli più bassi, tra i lavoratori e nel ceto medio. Redistribuire, non significa solo riparare alle ingiustizie di un capitalismo oligarchico, ma anche diffondere potere d’acquisto e capacità di consumo dove ce n’è bisogno. È così che l’economia reale può tornare a generare reddito e lavoro. È una lezione antica, fu uno dei capisaldi di quelle politiche keynesiane che contribuirono a guarire l’ Occidente dalla Grande Depressione degli anni Trenta. Il capitalismo salvato da se stesso, guarito dai propri impulsi autodistruttivi con l’intervento di una politica decisionista: funzionò con Franklin Roosevelt, ci riprova Obama. …..

Da un articolo di Federico Rampini su Repubblica del 3 gennaio 2020

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Usa: evitato il baratro fiscale

Gli Stati Uniti evitano in extremis il precipizio fiscale. Con un voto bipartisan (che però ha visto i repubblicani spaccarsi attorno alla proposta di intesa), alle ore 5 e 20 ora italiana (le 23 e 20 ora locale) la Camera dei Rappresentanti ha dato il via libera al testo già approvato dal Senato sul fiscal cliff. Una vittoria politica per Barack Obama che nelle prossime ore firmerà il provvedimento. La legge prevede l’aumento delle tasse per gli individui che guadagnano oltre 400 mila dollari l’anno o per le coppie che ne incassano oltre 450 mila e rinvia di due mesi i tagli alla spesa pubblica.

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Sull’orlo dell’abisso

…..«fiscal cliff», abisso fiscale.

O il presidente Obama e i repubblicani della Camera, guidati dallo Speaker John Boehner, trovano un accordo o scattano 600 miliardi di dollari (€ 460 miliardi) in tasse e tagli alla spesa automatici, inclusi 50 miliardi di dollari alla Difesa. Senza intesa, l’Ufficio del Bilancio stima una caduta del 4% nel prodotto interno Usa, il Paese che scivola in recessione, sei mesi con caduta libera fino a -2,9 nella crescita e solo da giugno a dicembre 2020 un lentissimo ritorno a un gracile +1,9%. Tutti gli americani, ricchi e poveri, pagheranno più tasse, tre milioni di disoccupati, da qui a marzo, perderanno i 290 dollari di sussidio settimanale, 25 milioni di lavoratori a basso salario non riceveranno più vari sussidi, da sanità a scuola. Otto milioni di bambini rischiano la povertà.

….. se lo Zio Sam cade, sia un abisso o solo una botola fiscale, anche l’Unione Europea e l’Italia si faranno male. L’America in recessione, il caos a Washington, la rissa politica permanente dell’ultima potenza, non gioveranno nei prossimi 12 mesi, con il Giappone che prova nuovi equilibri politici, la leadership debuttante in Cina, Italia e Germania alla vigilia di difficili elezioni.

La lezione americana, comunque finisca, indica elementi di nuova, ruvida, politica che anche da noi presto si imporrà. Il no alle tasse dei repubblicani, radicato da una generazione, non è politico ed economico, è culturale. Indica la fine di un senso civico di comunità, non si vogliono pagare imposte perché tanti ceti si rivolgono a scuola, sanità e pensioni private, vivono in «gated community», quartieri residenziali chiusi, e trovano assurda l’idea di provvedere ai concittadini meno fortunati. La politica, il governo, le burocrazie federali, hanno dissipato, tra sprechi, corruzione e inefficienze, la loro credibilità davanti a milioni di cittadini. Egoismo, certo, ma anche sfiducia consumata nello Stato fiscale, il welfare, la spesa. Mezzo secolo fa i democratici di Kennedy e Johnson dichiararono guerra alla povertà, investirono miliardi per debellarla, ma oggi le minoranze più prospere sono quelle che hanno scommesso su se stesse, sul lavoro, il business, l’etica del lavoro, non sui sussidi pubblici: gli asiatici….

Da qui a gennaio, con una possibile, drammatica, coda fino a primavera, il duello fiscale continuerà, poi gli Stati Uniti troveranno un accordo, vedremo quanto fragile e provvisorio. Ma, come dicevano gli antichi favolisti latini, De te fabula narratur, la favola dell’abisso fiscale parla di noi, italiani, europei. Le divisioni politiche, sia pur radicali, sono la forza della democrazia, l’alternanza di proposte liberiste e keynesiane, accompagna feconda le diverse stagioni economiche. Quel che rischia di fermare tutti è il contrapporsi di sprechi, corruzioni, egoismo, guerra di tribù sociali. Non è il 13 a rendere sfortunato il 2020, è lo smarrimento del senso e della ragione di cittadinanza comune. I Tea Party originali, nel Settecento, chiedevano «No taxation without representation», niente tasse senza diritti politici pieni, perché erano fieri dei diritti e della politica che li rappresentava ed erano disposti a pagarne il prezzo fiscale. Perduta la fiducia nella politica, il prezzo del biglietto fiscale sembrerà sempre troppo esoso, in America e da noi.

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