Come cambieranno le banche europee dopo gli stress test

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I risultati degli “stress test” dell’EBA

Nelle simulazioni sulla reazione delle banche europee a un’eventuale crisi economica Monte dei Paschi è quella che è andata peggio, ma la situazione generale è migliore del previsto

Alle 22 di venerdì 29 luglio l’Autorità bancaria europea (EBA) ha pubblicato i risultati degli “stress test”, una serie di simulazioni sulla salute delle principali banche europee in una situazione di crisi economica. Complessivamente i risultati sono positivi e, secondo l’EBA, la maggior parte delle banche esaminate ha migliorato la sua situazione rispetto al passato. Monte dei Paschi è l’unica tra le 51 banche esaminate che alla fine della simulazione è risultata insolvente, cioè con un capitale negativo. Complessivamente, il sistema bancario italiano è risultato uno dei più deboli, dopo quello irlandese e quello austriaco.

Come funzionano gli stress test
Dopo la crisi finanziaria del 2008, l’EBA produce regolarmente gli stress test per misurare la solidità del sistema bancario europeo. In quelli pubblicati venerdì 29 luglio, l’EBA ha misurato l’impatto di un’eventuale crisi triennale tra il 2020 e il 2020. La Commissione Europea ha progettato le caratteristiche dello scenario di crisi macroeconomica, mentre l’EBA ha testato la reazione delle 51 principali banche europee davanti a questo scenario. Sono state prese in considerazione una serie di variabili, la più importante delle quali è il “Common Equity Tier 1 ratio” (CET1 ratio), una misura molto importante per stabilire la solidità di una banca. Il CET1 si esprime in percentuale: banche con un CET1 superiore al 10 per cento sono considerate in genere abbastanza solide. In pratica, il CET1 è un rapporto che misura la quantità di capitale posseduto da una banca e le sue attività (come prestiti e investimenti) ponderate in base al loro livello di rischio – “ponderate” significa che i diversi investimenti vengono pesati sulla base del loro rischio. Un investimento rischioso, quindi, “pesa” di più perché è più probabile che venga perduto e quindi ha bisogno di più capitale per essere coperto.

Come sono andati?
In teoria bene, anche se ci sono ancora alcuni dubbi. Complessivamente, il sistema bancario europeo è andato meglio di quanto ci si aspettasse e quasi tutte le banche esaminate hanno dimostrato di essere in grado di sopravvivere a un’altra crisi economica. Complessivamente, il CET1 medio passerebbe dal 13,2 per cento al 9,2 per cento. La BCE stabilisce il livello di CET1 che ogni banca dovrebbe raggiungere, mentre l’8 per cento è il livello minimo stabilito per evitare il commissariamento e la procedura di risoluzione, come quella che ha colpito lo scorso autunno quattro piccole banche italiane: Banca dell’Etruria, Banca Marche e le Casse di Risparmio di Ferrara e di Chieti.

Complessivamente, il sistema bancaria italiano ha confermato la sua debolezza relativa, con un CET1 medio del 7,62 per cento alla fine dello scenario di crisi. Banca Intesa è l’unico istituto che in questa classifica ha ottenuto risultati migliori della media europea, con un CET1 del 10,24 per cento. Peggio di quelle italiane sono andate solo le banche austriache e quelle irlandesi, con un CET1 medio rispettivamente del 7,22 e del 5,22 per cento. Dopo MPS la banca italiana che ha ottenuto i risultati peggiori è Unicredit, con un CET1 del 7,12 per cento. Anche Deutsche Bank, una delle più grandi banche del mondo, e Commerzbank, hanno ottenuto risultati simili: 7,80 e 7,42 per cento.

Gli esiti degli #stresstest sulle principali banche europee > L’ordinamento secondo scenario «adverse» 2020 pic.twitter.com/PAzondtrsW

Le critiche
Gli stress test dell’EBA sono stati spesso criticati per non essere abbastanza severi. Su Politico.eu, Silvia Sciorilli Borelli ha ricordato che gli stress test del 2020 avevano raccomandato aumenti di capitale per 25 miliardi a più di 130 banche europee, una cifra che oggi si è dimostrata chiaramente troppo bassa – una ventina di miliardi, infatti, probabilmente non basterebbero per rimettere in sesto il solo sistema bancario italiano. Nel 2020, invece, gli stress test promossero la banca franco-belga Dexia, che fallì pochi mesi dopo. Quest’anno l’EBA dice di aver usato un approccio più conservativo, ma gli stress test sono stati comunque criticati per la mancanza di un giudizio esplicito. In passato l’EBA aveva “promosso” o “bocciato” le singole banche sottoposte agli stress test, mentre quest’anno si è limitata a comunicare i vari dati emersi dalla simulazione. Inoltre, gli stress test non possono simulare effetti imprevedibili e comportamenti irrazionali dei mercati: eventi che, come nota Borrelli, dopo il risultato del Brexit, non sembrano così infrequenti.

L’Italia e MPS
Gli stress hanno confermato che il sistema italiano è il più debole, almeno tra quelli dei grandi paesi europei. Il suo problema più immediato sono i circa 360 miliardi di crediti deteriorati, cioè crediti che è diventato difficile riscuotere, tra cui 200 miliardi di sofferenze (un tipo di crediti deteriorati). Una parte dei crediti deteriorati sono frutto dalla crisi economica, che ha reso impossibile a molte famiglie e imprese di ripagare i propri debiti. Ma parte della responsabilità sui crediti deteriorati è invece delle stesse banche, che spesso hanno concesso crediti con leggerezza e sulla base di logiche di alleanza politica piuttosto che di mercato. A questo si aggiungono altri noti problemi delle banche italiane, che in molti casi soffrono di bassa redditività, hanno organici troppo numerosi e una quantità eccessiva di filiali, e talvolta hanno un rapporto con la politica considerato opaco.

MPS non è in dissesto, cioè non sta perdendo soldi e, anzi, gli ultimi conti pubblicati mostrano una situazione in leggero miglioramento. La banca però è appesantita da un’elevatissima quantità di sofferenze, equivalenti a circa 20 miliardi di euro. Si tratta di una situazione potenzialmente molto rischiosa, soprattutto in caso di crisi economica, come quella simulata dagli stress test. Alla fine del periodo della simulazione, MPS è l’unica banca tra quelle esaminate con un CET1 negativo: -2,23 per cento. Significa che la banca sarebbe insolvente e quindi andrebbe salvata o fatta fallire.

Da tempo si discute di come raddrizzare definitivamente la situazione della banca e nel corso degli ultimi mesi gli amministratori dell’istituto e il governo italiano hanno presentato numerose possibili soluzioni, dagli interventi in accordo con altri istituti a soluzioni più ampie, che riguarderebbero l’intero settore, ma che gioverebbero soprattutto a MPS. Il problema principale è che qualunque intervento pubblico farebbe scattare la procedura di bail-in, quella secondo cui proprietari e investitori della banca devono contribuire al suo salvataggio. Migliaia di piccoli investitori privati che hanno acquistato obbligazioni di MPS, in molti casi senza essere a conoscenza della rischiosità del loro investimento, rischierebbero di perdere i propri risparmi. Il governo potrebbe elaborare un piano di salvataggio per i piccoli investitori, simile a quello realizzato per le quattro banche popolari, ma – come ha scritto Silvia Merler sul sito dell’Istituto Bruegel – il ritardo tra la cancellazione dei risparmi e il piano di salvataggio rischia di avere gravi conseguenze politiche per il governo, in un periodo delicato a poca distanza dall’importante referendum costituzionale di ottobre.

Pochi minuti prima della pubblicazione dei risultati degli stress test, MPS ha annunciato un nuovo piano per risolvere la situazione. La banca ha annunciato che venderà un totale di circa 27 miliardi di crediti deteriorati per 9,2 miliardi di euro e, con la garanzia di un consorzio di altre banche, in autunno farà un aumento di capitale per raccogliere altri 5 miliardi. All’operazione parteciperà anche il fondo Atlante, una struttura formalmente privata, ma fortemente sostenuta dal governo, che dovrebbe acquistare parte dei crediti deteriorati. Il piano dovrebbe essere in grado di risolvere la situazione di MPS, ma, come scrive Borrelli, per il momento «è soltanto un piano».

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Pioggia di dividendi dalle banche Usa dopo gli stress test

Le grandi banche americane premiano gli investitori con dividendi più generosi e buy back più consistenti dopo aver superato il secondo round degli stress test annuali della Fed. Promosse 17 banche su 18, solo la divisione statunitense di Credit Suisse rimandata a ottobre

di Roberta Castellarin 28/06/2020 09:15

tempo di lettura

Le grandi banche Usa premiano gli investitori con dividendi più generosi e buy back più consistenti dopo aver superato il secondo round degli stress test annuali della Fed. Goldman Sachs aumenterà il suo dividendo di quasi il 50%, portandolo da 85 centesimi a 1,25 dollari per azione e ha dato il via libera a un piano di buyback da 7 miliardi di dollari, mentre lo scorso anno il piano era da 5 miliardi.

JP Morgan Chase alzerà il dividendo del 13% a 90 centesimi per azioni e la banca potrà ricomprare azioni proprie per un ammontare fino a 29,4 miliardi di dollari grazie al nuovo programma di buyback, contro i 20,7 miliardi dell’anno scorso.

Bank of America aumenterà il suo dividendo da 15 a 18 centesimi, mentre può ricomprare azioni fino a 30,9 miliardi di dollari. Per Wells Fargo il dividendo passerà da 45 a 51 centesimi e il piano di buyback riguarda 23,1 miliardi di azioni. Mentre Citigroup alzerà il dividendo da 45 a 51 centesimi e ha approvato un piano di buyback da 21,5 miliardi di dollari. Per Morgan Stanley la cedola passerà da 30 a 35 centesimi e può riacquistare azioni per 6 miliardi di dollari.

D’altronde il secondo e ultimo round degli stress test della Federal Reserve per il 2020 è stato superato dalle maggiori banche americane, fatta eccezione per la divisione Usa del Credit Suisse. Infatti la divisione statunitense gruppo elvetico dovrà risolvere entro il prossimo 27 ottobre alcune debolezze trovate nella sua pianificazione dei capitali. Fino a quando non risolverà i dubbi della Fed, la distribuzione di capitali da parte del gruppo d’Oltralpe dovrà restare ai livelli del 2020. Tutte le altre divisioni Usa delle banche straniere analizzate hanno invece superato la prova, compresa quella di Deutsche Bank.

E’ quanto emerso dal cosiddetto Comprehensive Capital Analysis and Review, in base al quale i livelli di capitali dei gruppi sono “forti e virtualmente tutti” rispettano le attese dell’istituzione guidata da Jerome Powell. Di conseguenza, possono distribuire dividendi e riacquistare titoli propri come pianificato.

Come cambieranno le banche europee dopo gli stress test

Sono trascorsi tre anni dai primi stress test fatti per determinare il livello di robustezza delle banche a probabili shock finanziari.

La crisi del debito in Eurozona era all’apice e la Banca Centrale Europea aveva garantito che non si sarebbe più verificato che un Istituto di credito minacciasse la salute della finanza europea. Oggi, l’Eurotower si prepara a condurne altri con criteri e metodiche molto diverse e, particolarmente, con un più grande rigore. Non soltanto perché le banche sotto esame sono 37 in più (128 contro le 91 della prima volta, che stabilì la bocciatura di soli otto Istituti), ma anche perché gli stress test saranno solo un facciata della review.

I nuovi esami fanno parte in realtà di quella che la BCE denomina valutazione approfondita, che comprende sia gli stress test che un’analisi sulla qualità degli attivi delle banche. Da Francoforte hanno comunicato che i risultati finali della valutazione approfondita saranno diffusi a metà ottobre. Le banche saranno messe al corrente sui risultati finali completi solo poco prima della loro trasmissione ai mercati. A novembre, invece, gli Istituti di credito dovranno sottoporre i loro piani di capitalizzazione al Meccanismo di Vigilanza Unico (MVU). Con gli stress test, saranno valutati anzitutto la qualità degli attivi che verranno utilizzati per aggiustare il punto di partenza della prova di stress. La metodologia di questi esami verrà resa nota nella prima metà di agosto. A condurre tali esami saranno sia le banche che una serie di esperti guidati a livello centrale presso la BCE.

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