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Chi guadagna e chi perde a WS

Investire in opzioni binarie vuol dire anche fare delle piccole incursioni in Borsa, per questo le tendenze macroscopiche dei titoli devono sempre essere annotate dal buon investitore. Per avere indicazioni sul futuro prossimo, vediamo l’ultima chiusura di Wall Street.

Secondo molti broker internazionali, l’anno prossimo, il mercati europei andranno molto meglio di Wall Street. La piazza america, in queste settimane, è apparsa molto contrastata. Per avere notizie sul da farsi con il proprio portafoglio d’investimenti, consideriamo l’ultima chiusura della borsa di New York.

La settimana scorsa è stata archiviata con una chiusura molto contrastata: il Dow Jones ha guadagnato lo 0,6 per cento, lo S&P 500 ha ratto registrare un lievissimo +0,3% e il Nasdaq Composite ha perso lo 0,4%.

Sicuramente ha inciso parecchio la pubblicazione dei dati sull’occupazione che aprono spiragli positivi per l’America che è riuscita a portare sotto i livelli del 2008 l’indice di disoccupazione. Peccato che l’ultima pubblicazione dell’indice Michigan illustri un calo della fiducia dei consumatori, forse legato ai timori persistenti sul fiscal cliff.

Sotto il profilo azionario, guadagnano bene i titoli bancari con Bank of America, JP Morgan Chase & Co. e Citigroup che avanzano rispettivamente dell’1,7, del 2,6 e dell’1,7 per cento.

M0lto interessante sotto il profilo speculativo, l’ascesa di Groupon che guadagna il 23 per cento dopo la notizia dell’interesse di Google per il sito specializzato in promozioni.

“La sharing economy. Chi guadagna e chi perde” di Mario A. Maggioni

Attualmente sia nella letteratura scientifica sull’argomento, sia nella letteratura divulgativa e sulla stampa circolano moltissime definizioni alternative (e anche molti nomi: Access Economy, Bottom-up Economy, Circular Economy, Collaborative Consumption, Collaborative Economy, Connected Consumption, Crowd Economy, Disaggregated Economy, Economia collaborativa, Empowering Economy, Enabling Economy, Gift Economy, Gig Economy, Hippienomics, On Demand Economy, P2P Economy, Pay-as-you-Use Economy, Peer Economy, People Economy, Platform Capitalism, Rental Economy, Reputation Economy, Shared Capitalism, Temp Land, The Mesh, Trust Economy, Uber Economy, Wikinomics).

Per questo motivo, in apertura del volume, ho proposto una serie di classificazioni tassonomiche in modo che il lettore possa comprendere meglio il fenomeno. Dovendo sceglierne una tra le molte, preferisco quella proposta da Alex Stephany (un consulente ed imprenditore britannico) nel suo libro The Business of Sharing. Making it in the New Sharing Economy: «La sharing economy è il valore derivante dal rendere risorse sottoutilizzate accessibili on line ad una comunità, riducendo la necessità di possedere tali risorse da parte degli individui».

Quando e come nasce il nome «sharing economy»?
Esiste un vasto dibattito in rete su quando sia nata l’espressione «sharing economy». Ritengo che la paternità del temine possa essere attribuita, con ragionevole grado di certezza, a Lawrence Lessig – giurista, professore alla Harvard Law School, uno dei fondatori di Creative Commons che, nel 2008, all’interno del suo libro Remix. Making Art and Commerce Thrive in the Hybrid Economy fa una chiara distinzione tra la commercial economy, in cui il prezzo è l’elemento centrale dello scambio, e la sharing economy, in cui gli elementi che definiscono lo scambio sono molteplici, e l’unico che è certamente inappropriato è il prezzo.
In quel volume Lessig cita Yochai Benkler: un suo collega – che nel suo saggio “Sharing Nicely: On Shareable Goods and the Emergence of Sharing as a Modality of Economic Production”, pubblicato sul Yale Law Journal nel 2004 – evidenziava l’esistenza di alcuni fenomeni (come il car pooling e la condivisione di PC per il progetto [email protected] che lui definiva “Social Sharing”) che coinvolgevano beni sistematicamente caratterizzati da capacità produttiva in eccesso e che questa capacità in eccesso poteva essere più efficientemente utilizzata attraverso una rete di relazioni di condivisione piuttosto che attraverso un mercato secondario governato dal sistema dei prezzi.
Paradossalmente quindi il termine è nato per designare una realtà (di pratiche di condivisione alternative al mercato) molto differente da quella in cui le relazioni di mercato convivono, spesso anche in posizione preminente, con le pratiche di condivisione e in cui le piattaforme hanno assunto una dimensione ed un potere tale da configurare, secondo alcuni, un nuovo modello di capitalismo: il cosiddetto “capitalismo delle piattaforme”.

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La sharing economy è strettamente connessa al web?
Nella sua accezione più comune e diffusa, certamente la sharing economy non potrebbe esistere in un mondo senza internet; ma forse non potrebbe esistere nella dimensione e nella rilevanza attuale in un mondo senza smartphone, dove cioè la rete può essere acceduta in modo costante, individualizzato ed in mobilità: basti pensare al servizio erogato dall’impresa che per molti anni ha rappresentato il simbolo della sharing economy, Uber, che per la sua stessa esistenza necessita di utenti ed autisti sempre connessi in mobilità alla rete.
Da un’altra prospettiva invece la condivisione e le pratiche connesse ad essa precorrono di gran lunga l’invenzione del world wide web: la condivisione nasce infatti spesso dalla necessità di reagire ad un ambiente (sia esso naturale, politico sociale) ostile e dall’appartenenza ad una qualche forma di aggregazione (sociale, etnica, nazionale, politica) che facilita lo stabilimento di un clima di fiducia.

In questo senso esperienze come: gli orti comuni tedeschi – ideati dalle amministrazioni comunali come una soluzione alla miseria in cui versava gran parte della popolazione inurbata a causa rivoluzione industriale nei primi anni del XIX secolo; le cooperative di consumo – a partire dalla Rochdale Equitable Pioneers Society, nata nel Lancashire tessile nel 1844 dall’unione di 28 residenti come risposta ai prezzi troppo alti e alla cattiva qualità dei generi alimentari disponibili nei negozi locali; i kibbutzim nati in Palestina agli inizi del XX secolo, come tentativo tra l’utopico e l’eroico di risposta al rinfocolarsi dell’antisemitismo in Europa e possibilità, sostenuta sia dai sionisti che dai socialisti, di fare della “terra promessa” un modello alternativo di società agricola senza né sfruttatori né sfruttati; il programma di “car pooling” lanciato dall’Office of the Petroleum Coordinator, durante la 2a Guerra Mondiale negli Usa per ridurre l’utilizzo civile di petrolio e gomma per riservarli allo sforzo bellico; possono tutti essere considerati a qualche titolo come gli antesignani della sharing economy.

È possibile regolare la sharing economy?
Sulla risposta a questa domanda si scontrano due posizioni: la prima libertaria/liberista che vede nel sistema di rating proprio della sharing economy una alternativa efficace alla tradizionale regolazione; la seconda normativa/precauzionale che invece evidenzia l’esistenza di una serie di problemi e di fallimenti di mercato propri della SE e vede nella regolazione un possibile strumento per ridurli. Queste due posizioni si scontrano da un lato, sulla capacità o meno degli strumenti tradizionali di restare al passo con una evoluzione tecnologica e di mercato sempre più rapida; dall’altro sull’abilità dei regolatori nell’evitare la “cattura” da parte dei soggetti già presenti sul mercato. Forse a questo proposito è utile sottolineare come, entrando in questioni che toccano l’ambito giuridico, vi sia da un lato una grande differenza tra quei paesi che si basano sul principio di common law e quelli che si basano invece sul principio di civil law; dall’altro tra i paesi con una struttura federale o fortemente decentrata, e paesi con una struttura nazionale e/o accentrata. In particolare è facile comprendere come paesi di common law (come il Regno Unito e gli USA) – dove l’assenza di codici di diritto sostanziale configura il precedente come principio cardine dell’ordinamento giuridico – si possa più facilmente regolare materie nuove ed in continua evoluzione come nel caso della sharing; e paesi dove molte competenze legislative sono affidate ad entità di livello inferiore a quello nazionale/federale (come gli Stati Uniti) possano applicare regolamentazioni differenti in parti del territorio diverse come possibile laboratorio in vivo di “sperimentazione legislative” per poi poter confrontare i risultati e diffondere infine le best practice.

Cristiano Codagnone, Federico Biagi e Fabienne Abadie nel loro rapporto di ricerca The Passions and the Interests: Unpacking the ‘Sharing Economy’ disponibile all’indirizzo http://publications.jrc.ec.europa.eu/repository/bitstream/JRC101279/jrc101279.pdf presentano quattro possibili approcci alla regolazione della SE che, in concreto, potrebbe anche essere ulteriormente ibridati.

  1. Nessun intervento. Questo approccio, propugnato dall’ala liberale e libertaria dell’economia e del diritto, non sembra proprio poter essere considerato come un’opzione accettabile per due principali motivi: il primo fa riferimento all’esistenza di chiari casi di fallimento di mercato nei campi della responsabilità civile e della protezione sociale; il secondo si riferisce alla necessità che il regolatore stabilisca un terreno comune di regole chiare e condivise in cui le piattaforme della SE e gli operatori dei vari settori tradizionali possano competere allo stesso livello.
  2. Regolazione e liberalizzazione. Questa opzione deriva dall’applicazione di una quantità minima di regolazione alla condotta delle piattaforme della SE mentre al contempo si liberalizzano, riducendole all’osso, tutte le normative che attualmente vincolano le imprese appartenenti alle industrie tradizionali in modo che le due parti possano incontrarsi e competere su un terreno comune raggiunto da due opposte direzioni.
  3. Approccio ibrido con regimi ad hoc. Questa alternativa privilegia la ricerca e l’applicazione di soluzioni specifiche per ciascun sotto-settore della SE, sacrificando l’omogeneità normativa per raggiungere una maggior efficacia case-by case e, così facendo, fa tesoro della letteratura scientifica empirica che, sulla base di risultati ancora molto incompleti e sparsi, è comunque concorde nel ritenere che la regolazione della SE non possa essere disegnata secondo una logica alla one size fits all.
  4. Regolazione generalizzata. Questo orientamento – che consiste semplicemente nell’applicazione della regolazione esistente per i soggetti “off-line” alle piattaforme della SE ritenendolo l’unico modo possibile per creare un terreno comune in cui entrambi le tipologie possa competere in modo equo – non sembra poter essere applicabile, in quanto molti dei vincoli e dei regolamenti attualmente imposti alle imprese tradizionali sembrano essere arretrati, inopportuni e inefficaci già per questa tipologia di imprese.

Personalmente ritengo, e nel mio libro lo illustro nei dettagli, che una regolazione della sharing economy non solo sia possibile ma anche necessaria a tutela del consumatore, del lavoratore, della concorrenza, dell’equità e della privacy.

Quali sono vantaggi e svantaggi della sharing economy?
Consideriamo sinteticamente i vantaggi: la sharing economy può incrementare l’efficienza dell’economia facilitando (riducendo i costi di transazione) l’incontro tra domanda ed offerta e riducendo (attraverso un’aumentata concorrenza) il costo e il numero degli intermediari; può aumentare il benessere della società aumentando il numero delle transazioni; può aumentare la produttività totale dei fattori permettendo l’uso di beni capitali (o di consumo durevole) da parte di altri utenti quando gli stessi non sono utilizzati dal proprietario; può sostituire l’uso e la condivisione alla proprietà individuale; può spostare l’accento dal possesso verso l’accesso e favorire l’interazione sociale e la costruzione di comunità, anche virtuali; può ridurre il numero di beni prodotti (a parità di utilizzo) e ridurre il volume di rifiuti; può diminuire l’impatto ambientale della mobilità automobilistica riducendo il numero di auto che circolano sulle strade.

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Per contro esistono anche una serie di svantaggi: la sharing economy, grazie alla rilevanza delle economie di scala e di scopo e delle esternalità di rete, può rinforzare la concentrazione e favorisce conseguentemente l’incremento del potere di mercato da parte di pochi soggetti che possono stabilire i prezzi di gran lunga più elevati del costo marginale; grazie alla mole di informazioni che le piattaforme on line possono acquisire sui propri consumatori attuali e potenziali, può permettere ai produttori di attivare una serie di pratiche di discriminazione di prezzo attraverso cui il produttore può appropriarsi di quote considerevoli del sovrappiù del consumatore; può causare effetti, indesiderati dai residenti, sul prezzo e sulla disponibilità di case in certe città o zone della città; può avere un effetto di polarizzazione della ricchezza à la Picketty; può permettere alle piattaforme on line di operare come monopsonisti grazie alla grande dimensione (o scala) di operazione contrapposta alla parcellizzazione delle attività condotte da un enorme numero di lavoratori (spesso contrattualizzati come contractors indipendenti o freelancers); può contribuire all’abbassamento del reddito medio da lavoro di una quota crescente di lavoratori.

Insomma la sharing economy è davvero una realtà multiforme e complessa tanto da far scrivere ad Arun Sundararajan nelle conclusioni del suo The Sharing Economy: The End of Employment and the Rise of Crowd-Based Capitalism, la frase seguente: “Capitalista o socialista? Economia commerciale o Economia del dono? Mercato o gerarchia? Impatto locale o globale? Regolazione dall’alto od espressione di autoregolazione dal basso? Creazione e cattura del valore centralizzata o diffusa? Imprenditore o drone? Creazione o distruzione di posti di lavoro? Società connesse o isolate? Come potreste aver capito a questo punto, la risposta a ciascuna di queste domande, nella sharing economy, è: sì!”. Juliet Schor, sociologa al Boston College e grande esperta del tema aggiunge: “Le piattaforme peer-to-peer rappresentano un’innovazione importante. Se poi evolveranno in un modello di business già conosciuto o in un modello economico radicalmente differente è ancora ignoto. Quello che è chiaro è che nulla né nella tecnologia, né nelle forme organizzative di queste piattaforme ci assicura che esse perseguiranno il bene comune. I nostri risultati ci suggeriscono che il raggiungimento di un tale risultato dipenderà dalle capacità organizzative degli utenti e da processi di politiche pubbliche indirizzate democraticamente”.

Io, più radicalmente, non confido neanche in un semplice meccanismo istituzionale. A metà 2020, i limiti della democrazia rappresentativa sono sotto gli occhi di tutti, e la capacità del processo di disegno, elaborazione ed implementazione della politiche pubbliche, nei paesi di democrazia avanzata, è certamente molto più influenzato dalle lobbies che agiscono in nome e per conto dei grandi interessi organizzati che dalle organizzazione di base di cittadini e consumatori.
Insomma, ancora una volta, anche questa innovazione tecnologica, organizzativa ed istituzionale è affidata alle nostre mani, alle nostre menti e ai nostri cuori. Sta a noi decidere se e come utilizzarla a favore del bene dell’uomo e della sua “casa comune” o, miopicamente, contro di essa e, conseguentemente, contro noi stessi.

Trading online testimonianze: chi perde e chi guadagna

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Se cerchiamo su Google Trading Online Testimonianze ci troviamo di fronte ad una situazione schizofrenica: ci sono trader che dicono tutto il bene possibile del trader e altri che invece lo considerano una vera e propria truffa, un modo sicuro per perdere il proprio denaro.

Dove sta la verità? Per prima cosa, sappiamo benissimo che il trading online non è una truffa anche se le truffe ci sono e ne parleremo approfonditamente. Il trading online è un investimento redditizio che può generare profitti veramente elevati a patto però di utilizzare gli strumenti giusti, di impegnarsi e di studiare.

In questo articolo mettiamo in evidenza alcuni aspetti fondamentali partendo proprio dall’analisi delle testimonianze dei trader, positive o negative.

Trading online testimonianze negative: le truffe

Meglio partire subito dal peggio: le truffe. Leggendo le testimonianze sul trading online che si possono trovare su vari forum di trading o gruppi Facebook sembra che il trading online sia una truffa.

Sappiamo bene che non è così: il trading online, anzi, può generare profitti molto elevati. Purtroppo però le truffe ci sono.

La gente sa che con il trading si può guadagnare ma chi non ha un minimo di preparazione di base può arrivare a pensare che siano soldi facili. Questa convinzione è sfruttata dai truffatori (anzi, molto spesso è anche fomentata).

Quali sono le truffe più comuni nel trading online?

  1. Broker non regolamentati
  2. Falsi sistemi automatici di trading che promettono soldi facili

Broker non regolamenti

Le testimonianze negative dei trader dimostrano chiaramente che la maggior parte delle persone che hanno problemi con i broker, operano con broker non regolamentati.

Che cosa vuol dire che un broker è regolamentato? Significa che opera nel rispetto rigoroso del quadro normativo europeo che tutela gli investimenti. Le autorità competenti (CONSOB in Italia) vigilano sul rispetto di queste normative.

Un broker regolamentato non può truffare i suoi clienti nemmeno volendo. Un broker non regolamentato, invece, non ha nessuno che lo controlla e in molti casi finisce proprio per rivelarsi una truffa.

E’ facile difendersi da questo rischio: basta operare esclusivamente con broker regolamenti!

Qui sotto una tabella con i migliori broker regolamentati adatti anche ai principianti:

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Chi usa broker regolamentati non viene truffato e, nel caso in cui ci siano dei piccoli problemi, può sempre rivolgersi alla CONSOB che agisce immediatamente. Chi perde soldi con broker non regolamentati, invece, non ha alcuno strumento per recuperare i soldi persi.

Falso trading automatico

Un altro tipo piuttosto diffuso di testimonianze di trader che hanno perso soldi è relativo ai falsi sistemi di trading automatico.

Ora, il trading automatico è una specie di sogno proibito per chi comincia a fare trading: alcuni principianti pensano che sia sufficiente metterci qualche soldo e aspettare il miracolo. Procedendo in questo modo non si diventa ricchi, anzi, si perde tutto quello che si investe.

Ovviamente, il trading automatico esiste, funziona e può generare risultati spettacolari ma non possiamo dire che sia un modo per fare soldi facili.

Facciamo un esempio concreto: la migliore piattaforma di trading automatico è eToro (funziona veramente).

eToro funziona con un meccanismo peculiare: consente di individuare facilmente i migliori trader del mondo (massimo guadagno con minimo rischio) e di copiarli automaticamente.

I principianti che usano eToro hanno così la possibilità di ottenere da subito gli stessi risultati dei migliori trader del mondo e possono anche imparare il trading, se vogliono.

Non è un caso che le testimonianze su eToro sono molto positive. Ma eToro non promette soldi facili (anzi addirittura avvisa dei rischi di trading) e infatti chi lo utilizza con successo deve dedicare tempo a selezionare i migliori trader da copiare e deve monitorare giorno dopo giorno i risultati ottenuti.

Insomma, è richiesto un certo impegno e si devono sempre tenere sotto controllo i rischi. Chi invece cerca il miracolo dei soldi facili finisce sempre dritto nelle grinfie dei truffatori.

Storie di trader perdenti

L’analisi delle testimonianze di trading online ci porta dritti alla storia di trader perdenti. Che cosa fanno i trader che tipicamente perdono soldi? E quelli che invece riescono a guadagnare?

In effetti, tutti sanno che ci sono persone che riescono a guadagnare con il trading online fin da subito mentre altri perdono denaro per anni. Qual è la differenza tra queste due categorie di persone?

Errori più comuni

Proviamo a fare una comparazione, basata sulle testimonianze dei trader che abbiamo analizzato:

  1. I trader perdenti pensano che il trading online sia un modo per fare soldi facili e quindi finiscono vittima di qualche truffatore (abbiamo già analizzato il caso)
  2. I perdenti non dedicano tempo alla formazione oppure (ancora peggio) studiano su corsi di trading di bassa qualità, con informazioni sbagliate o troppo teoriche. Per chi vuole imparare (per davvero) il trading online suggeriamo di iscriversi gratis a questo corso: si ha a disposizione un vero esperto di trading che fornisce una formazione personalizzata che parte dalle basi. E’ un corso che hanno già fatto migliaia di italiani e che ha dimostrato di essere davvero utilissimo.
  3. I trader perdenti pensano di essere già bravi, di sapere tutto e quindi non perdono tempo con le demo del trading online. In realtà le demo di trading non sono affatto una perdita di tempo e aiutano a fare esperienze di trading prima ancora di cominciare a operare con soldi veri (senza rischio quindi).
  4. I perdenti cercano informazioni sui forum e finiscono per seguire i consigli di trading di altri trader perdenti. I trader vincenti, quelli che guadagnano patrimoni con il trading online, non hanno tempo da perdere per litigare sui forum. I trader vincenti sono troppo occupati a guadagnare soldi…
  5. Ancora, i trader perdenti pagano commissioni: pagare commissioni di trading online è un gravissimo errore perché il capitale viene eroso in modo continuo. Questo errore è ancora più grave se si hanno a disposizione solo pochi soldi. Ecco perché consigliamo di utilizzare solo broker che non applicano commissioni (tutti quelli che abbiamo selezionato nel nostro elenco rispettano questa condizione).

Rovinato dal trading

Ci è capitato di leggere qualche testimonianza di trader che si dicono rovinati dal trading online. E’ possibile? Purtroppo sì, ci sono trader che si sono letteralmente rovinati con il trading online ma è una condizione che si può facilmente evitare.

Per prima cosa, i migliori broker di solito offrono la possibilità di cominciare a fare trading con piccole somme, di solito comprese tra i 100 e i 250 euro ma ci sono casi di broker (come Iq Option) che consentono di cominciare con un investimento di appena 10 euro. E’ veramente impossibile rovinarsi con il trading investendo 10 euro (ma anche con 250 euro).

Rovinati dai truffatori

La maggior parte delle persone che si sono rovinate con il trading online hanno operato con broker non regolamenti. Questi broker mostrano agli inizi fortissimi guadagni (ovviamente falsi). Il trader principiante si fa entusiasmare da questi guadagni e ci mette sempre più soldi. Alcuni ci mettono tutti i loro soldi, fino all’ultimo centesimo. Altri chiedono addirittura dei prestiti per avere ancora più denaro da investire, nella speranza di guadagnare ancora di più.

I guadagni (sempre falsi) sembrano crescere e arriva il momento in cui la vittima decide di prelevare tutto. E qui arriva la brutta sorpresa: è impossibile prelevare.

Il broker, fino al giorno prima molto disponibile, diventa sfuggente. Non si riesce più a parlare al telefono. Il prelievo non si può fare. Se una situazione del genere succedesse con un broker regolamentato si potrebbe ricorrere immediatamente alla CONSOB e c’è persino un fondo di compensazione che copre i depositi fino a 20.000 euro (simile a quello delle banche).

Ma se il broker non è regolamento, allora non si può fare nulla. Tra l’altro in molti casi le vittime vengono truffate e anche beffate. Ci sono testimonianze di trading online che riportano questa abominevole pratica: la vittima che ha già perso soldi con un broker non regolamento viene contattata e gli viene spiegato che può recuperare almeno parte dei soldi persi pagando una tassa o una commissione (di solito parecchie migliaia di euro). Ci sono trader che cadono nel tranello. Ovviamente nessuno recupera nulla…

Money management

Premesso che chi opera con broker non regolamentati è destinato sempre a perdere, che cosa possono fare coloro che invece hanno l’intelligenza di scegliere di operare con broker regolamentati?

Per prima cosa, evitare di fare trading con somme elevate. La maggior parte dei broker regolamentati consente di cominciare con piccole somme, tra i 10 e i 250 euro.

In secondo luogo, è fondamentale fare money management: in pratica, conviene suddividere il capitale destinato al trading in piccole quote e utilizzare solo una di queste quote su ogni operazione.

In questo modo anche se un’operazione dovesse chiudersi in negativo, le eventuali perdite sarebbero più che compensate dai profitti generati dalle altre operazioni.

Stop loss

Chi opera con un broker regolamentato ha la possibilità di utilizzare gli stop loss su ogni operazione.

Uno stop loss è l’indicazione al broker di chiudere l’operazione stessa qualora si raggiunga un certo livello di perdita. In pratica, con gli stop loss è possibile decidere qual è la perdita massima che si è disposti a correre su ogni singola operazione.

Il trader che opera con broker regolamentati, usa il money management e ricorda sempre di impostare gli stop loss (su ogni operazione) non si può rovinare con il trading online.

Al massimo, se è proprio inesperto, almeno all’inizio non guadagnerà molto (ma potrà sempre copiare i migliori con eToro).

Trading online testimonianze vincenti

Fino a questo momento abbiamo analizzato soprattutto le testimonianze di trader perdenti o che addirittura si sono rovinati con il trading online.

Che cosa possiamo dedurre invece dall’analisi delle esperienze di trading positive? Chi è riuscito a guadagnare con il trading opera sempre con broker regolamenti, questo è ovvio.

Ma anche la psicologia del trading ha il peso. I trader principianti vincenti, ad esempio, sono umili. Sanno che fare trading è una sfida e quindi si mettono a studiare. Molti di questi trader seguono questo corso gratuito o altri corsi di analoga qualità.

Inoltre, si esercitano a sufficienza con una piattaforma demo. Chi proprio sa di avere difficoltà, preferisce copiare su eToro per non rischiare di commettere errori. Chi copia su eToro non solo ottiene gli stessi risultati dei migliori trader del mondo ma può anche imparare osservando in diretta quello che fanno!

Conclusioni

Ci sono trader principianti che sono vincenti da subito e altri che sono condannati a perdere soldi. Analizzando le testimonianze di trading online, in questo articolo abbiamo capito quali sono i tratti distintivi dei trader perdenti (o che si rovinano con il trading) e come fanno i vincenti a guadagnare tanto.

In ogni caso, è importante ricordare che il trading online non è mai un modo per fare soldi facili. I soldi facili non esistono, solo i truffatori parlano di soldi facili.

Sì, bisogna stare attenti, nella maggior parte dei casi sono persone truffate da piattaforme di trading non autorizzate.

Scegliendo solo piattaforme di trading autorizzate e regolamentate.

Sì, ma oltre a scegliere una piattaforma ottimale ci devono mettere impegno e responsabilità. Il trading non è sinonimo di soldi facili.

Perché è fondamentale per controllare adeguatamente i rischi di trading.

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